L’idea e’ nata giorno dopo giorno. Durante quei due mesi passati in Calabria per Casella o durante quei due mesi abbondanti passati – tre anni dopo – in Sardegna per Farouk. O forse l’idea e’ scattata all’improvviso (ed e’ rimasta dentro, come un macigno) il giorno dell’incontro breve e angosciante a Parma con il marito di Mirella Silocchi, una signora di cinquant’anni diventata nonna senza saperlo: mai tornata.  Con quell’uomo, Carlo Nicoli, grande e forte come un toro che piangeva inerme mentre si copriva la faccia con una mano senza due dita. Un operaio, trovato li’ in mezzo al ferro che gli ha dato appena un pizzico di benessere. Maledetto benessere se e’ costato la vita di una moglie rubata da chi ha pensato stupidamente che fosse cosi’ ricca da far ricchi gli altri. Riflettendo, l’idea sicuramente e’ maturata ogni volta che conoscevo segreti difficili da capire, figuratevi da dire. Quanti misteri, quante ombre, quanto dolore, quanti dubbi. L’aspetto piu’ sconvolgente e’ forse che certe verita’  scomode in realta’ sono state dette, talvolta urlate, da chi vi scrive e da numerosi colleghi su testate importanti. Ma la gente si e’ fatta sempre scivolare tutto addosso. Certo la decisione, finalmente, di raccontare alcuni di questi segreti e’ arrivata dopo il cosidetto “caso Lombardini” che ha squarciato misteri di decenni e che molti altri – nonostante la fine tragica del giudice – ne deve ancora svelare. Credo che il sequestro di persona sia un delitto abietto, perche’ fa leva sui sentimenti. Ma e’ anche “tecnicamente” il piu’ facile perche’ colpisce vittime impreparate e soprattutto perche’ trae la forza del territorio, se e’ vero che i terreni sono stati sempre storicamente solo due, entrambi (letteralmente) inestricabili: l’Aspromonte e la Barbagia. Tentativi al di fuori di questi territori sono quasi sempre falliti, a dispetto degli stessi protagonisti criminali. Per tutti questi motivi, la mafia che sequestra e’ stata spesso definita la mafia stracciona. Forse non lo e’: e’ soltanto legata al passato. E il grande paradosso e’ che il recente cosidetto “salto di qualita’” criminale fa credere di esserci ormai definitivamente avviati verso la fine dei rapimenti, sostituiti da traffici illeciti molto remunerativi, a cominciare naturalmente dalla droga. Raccontare la storia dei sequestri significa dunque anche tentare di capirli. Perche’ forse nascono proprio dalla disperazione, sono un po’ la rivolta all’abbandono. Forse riusciremo insieme a spiegarci, pagina dopo pagina, che non si tratta di un alibi. E comunque, se lo e’, di  un alibi da abbattere perche’ socialmente pericoloso, infido. Questo libro l’ho cominciato a scrivere a Berlino, in vacanza, dopo aver visitato quel chilometro scarso che e’ rimasto del muro. Davanti ai graffiti prima del dolore, poi della speranza mi e’ venuto da riflettere: sul bene e sul male. Se vai da certe parti, in montagna, il tema e’ ricorrente. Dove sta il bene e dove sta il male. Gia’.                               
 
A Mosca, fra i nuovi democratici, gira una battuta: “C'e qualco¬sa di molto peggio del comunismo, è il post-comunìsmo”. Adattandola alla tragedia dell'Armir, si può dire che c'e qualcosa peggiore della morte:  ed è il dubbio. Dovrebbe essere facile, in effetti, parlare di una guerra del passato. Ma la campagna di Russia è una fase del secondo conflitto mondiale ancora piena di ombre e di domande senza risposta. E’ un mistero soprattutto il destino della nostra armata, letteralmente scomparsa nella neve di un inverno mai così freddo come nel '42. Una guerra non finita per sessantacinquemila famiglie italiane.
* Armir, sulle tracce di un esercito perduto
* Sequestro di persona
* Kabul, la città che non c'è
* La torre di Babele
“Finalmente scopro Kabul. Ferita. Variopinta. Incredibile ammasso di umanita’. Su ogni palazzo ci sono i segni pesanti di tutte le guerre che l’hanno violentata, da secoli. Il vecchio bazar dei quattro portici e’ ormai un’enorme baracca, il mausoleo di Timur Shah sventrato, la fortezza di Bala Hissar un cumulo di macerie. Avevo letto da qualche parte: Kabul e’ la citta’ che non c’e’. Invece e’ bellissima. Me ne innamoro, d’istinto”.
E’ il primo impatto con Kabul di un inviato che ne ha viste tante. A Pino Scaccia bastera’ poco per rendersi conto poi dei problemi e dei disagi. Li soffrira’ quando diventera’  consapevole di una pace forse finta e della certezza che  ci vorra’ ancora molto tempo per portare l’Afghanistan a un livello di vita decente. Un diario denso di racconti, ma soprattutto di riflessioni, la crisi di un cronista diviso fra il suo mondo, quello occidentale, e le contraddizioni di una terra cosi’ lontana, non solo fisicamente da noi. Il merito di un grande fotoreporter come Giorgio Pegoli e’ di aver tradotto in immagini questi dubbi, riprendendo cosi’ da vicino quel popolo afghana da guardarla quasi dentro, nell’anima.
La chiamano la citta’ degli scheletri per almeno tre motivi. Per quell’infinito panorama di rovine, per i morti che trent’anni di guerre hanno provocato, ma anche per i segreti, le paure, i fantasmi che ancora attanagliano Kabul”.
La luna di Baghdad e’ diversa da tutte le  altre perche’ non e’ una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’e’ un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perche’ rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre li’, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti piu’ brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori. Chiudo le tendine quando la botta e’ piu’ forte e sai che la granata e’ arrivata proprio sotto di te, ha sfiorato il terrazzino. Certo nessuno di noi si affaccia piu’ da quando quel carro armato si e’ girato verso il “Palestine” e ha fatto secchi due reporter. Ma Baghdad non e’ solo ricordi di guerra. In una notte di luna, per esempio, ho conosciuto Baldoni, l’unica volta in cui non ho chiuso la tendina, ma sono sceso sotto a vedere l’effetto della botta. L’avvio della storia di una grande amicizia cominciata scoprendo le nostre diversita’. Ripercorrere quei giorni cosi’ come si sono snodati significa, forse, capire perche’ Enzo e’ morto. Mettendo in fila i ricordi di vita (e soprattutto di morte) in presa diretta si puo’ anche rispondere a un altro interrogativo importante: perche’ dopo due anni abbondanti la guerra non e’ ancora finita. 
I libri
Un conflitto che anzi emotivamente `ritorna' con l'apertura, dopo cin¬quant'anni di silenzio, degli archivi dell'ex impero sovietico. E’ qui raccontato tutto il percorso della dolorosa vicenda, dall'accordo fra i governi italiano e russo, al trasporto in Italia delle prime salme, oltre mille, riesumate nei cimiteri dove si svilupparo¬no le più sanguinose battaglie. ,
Un viaggio, dunque, nella valle del Don, ma soprattutto negli archivi;  proficuo, anche se faticoso, per ricostruire la verità. E quello che doveva essere un racconto si è tra¬sformato fatalmente in un `libro bianco' che risponde in qualche modo al disperato appello di tanta gente e alla richiesta di autenti¬cità storica. In questo libro sono presentati documenti spesso ine¬diti, per tanto tempo sepolti dalla polvere e addirittura negati: no¬mi, date, luoghi, piccole e grandi storie mai scritte di morte e di spe¬ranza. Un diario di viaggio che l'autore conclude con la sensazione, quasi un rimpianto, di abbandonare una vicenda che sembra appe¬na cominciata. Chi poteva immaginare che dopo mezzo secolo la ferita fosse ancora così aperta?