Iran, quel gioiello di Bam
Oggi sono stato nella citta’ d’arte. Avevo visto la vecchia Bam in fotografia, prima di venire qui. Sapevo che era uno dei gioielli architettonici del mondo. Sono salito fin sopra una delle 28 torri, una delle poche rimaste in piedi, per vedere la citta’ dall’alto. Ho trovato solo rovine. Tutto distrutto. Certo l’Iran deve pensare soprattutto ai lutti (le ultime cifre parlano di cinquantamila morti, chissa’ quanti sono i feriti e chissa’ quanti gli sfollati) ma anche la distruzione della cittadella, visitata anche da Marco Polo, una struttura vecchia di 2500 anni , va considerata una grandissima perdita. Ho visto ragazzi piangere li’ sopra. Uno, in un inglese stentatissimo, mi ha quasi commosso. “Ecco…la nostra civilta’ persiana. Solo voi italiani, cosi’ ricchi di storia, potete capirci”. Poi ho vissuto la giornata dell’esodo, angosciante, e il dramma di chi resta per strada perche’ non sa dove andare. Ma quell’ammasso enorme di argilla rossa e’ quel che mi e’ rimasto soprattutto dentro, oggi. (Bam, 30 dicembre 2003)
Sri Lanka, l'inferno dello tsunami
Fort Station, la stazione di Colombo e’ piena stamattina. Per la prima volta dopo lo tsunami il treno torna a percorrere i primi trenta chilometri di costa devastata. Il biglietto costa poco, otto rupie, qualcosa come cinque centesimi. Appena sette fermate ma per i pendolari e’ gia’ importante. Saliamo sul treno del sud, malandato, sporco ma finalmente funzionante. Ognuno ha una storia. Mi dice una vecchia: “Torno a casa, ad Angulana. Sono stata a Colombo a chiedere aiuto. Non ho piu’ niente. Il mio e’ un ritorno triste. Lo tsunami mi ha portato via due figli”. C’e’ un ragazzo che invece va piu’ avanti, a Bordura: “Cerco lavoro, sono andato a Colombo a cercare lavoro ma non ho trovato niente. Siamo tutti senza lavoro. Riprovero’ domani, e poi il giorno dopo, finche’ avro’ la forza di chiedere”. Abbiamo gia’ fatto le prime due fermate. Dal finestrino cominciano a vedersi i segni del disastro, ma piu’ si va a sud e piu’ il disastro e’ grande. Una famigliola scende a Mount Lavinia. La loro condizione e’ diversa, non sono poveri e sono stati anche fortunati. “Lo tsunami non ci ha tolto niente, siamo tutti vivi e anche la casa si e’ salvata. Siamo stati a Colombo solo per un controllo. La bambina ha qualche problema di salute. Da noi non ci sono ospedali”. Adesso la ferrovia corre dentro la catastrofe. E’ difficile abituarsi a queste immagini. Ci avviamo verso l’ultima fermata. Un vecchio ci spiega: “Si arriva fino a Panadura. Poi e’ impossibile. Prima di Galle sono crollati tre ponti e le rotaie sono tutte contorte. No, non si puo’ andare piu’ avanti. Io non ho l’auto ne’ posso affittarla. Il mio mondo e’ in treno. Vorra’ dire che per tanto tempo ancora il mio mondo finira’ a Panadura”. Scendiamo, e’ la fine del viaggio.  (11 gennaio 2005)
Stamattina ho visto bambini feriti all'aeroporto. Ma non mi hanno tanto impressionato le bende quanto gli occhi: persi. Occhi che chiedevano aiuto per le sofferenze fisiche ma che soprattutto chiedevano perche', quell'inferno in un minuto, cosa e' successo? Un bambino non sa perche' si muore per le guerre ma neppure perche' la natura decide (ormai spesso) di farci del male. Il Pakistan continua a vivere un grande dramma. Stamattina un giornale di Islamabad titolava: "Mezzo Paese e' morto o ferito, l'altra meta' sta male". Sono due milioni e mezzo i profughi, cioe' quelli rimasti senza niente. E c'e' l'emergenza sanitaria perche' mille ospedali, mille pensate in un territorio misero, sono stati distrutti dal terremoto. E' difficile rialzarsi e l'unica nota confortante, oltre che storica, e' il primo aereo indiano atterrato qui dopo vent'anni. C'e' insomma la grande speranza che proprio la regione che li ha divisi, il Kashmir, possa riunire indiani e pakistani. Speranza. In questo momento e' la parola che sento piu' frequentemente da queste parti. La speranza di pace, la speranza di trovare sopravvissuti, la speranza intanto di non essere dimenticati dal mondo. (…)
E’ sempre successo, ma ogni volta te ne sorprendi. Arrivi sui luoghi del  terremoto convinto di raccontare una catastrofe, cioe’ un evento avvenuto,   e poi fatalmente scopri  che la catastrofe  non e’ affatto finita. Soprattutto non e’ finita la paura. La paura. Una bestiolina che puoi controllare, con cui puoi imparare a convivere, ma alla quale e’ impossibile abituarsi.  Stanotte, avevo appena chiuso il pc e spento le luci,  c’e’ stata un’altra scossa. A questo punto, non so, mi e'  sembrata quasi normale: ed e’ l’aspetto piu’ angosciante. Quando cioe' non hai piu' paura. (Islamabad, ottobre 2005)
La solitudine del Pakistan
I disastri