Dossier
Il sesto continente.  La Terra si fa stretta. Duecento anni fa eravamo un miliardo, oggi siamo piu' di cinque miliardi e mezzo, nel 2050 saremo il doppio. Fra un secolo, al ritmo attuale di crescita, su questo pianeta saremo -pensate- addirittura trenta miliardi di persone. Ci avviamo dunque verso un pianeta senza frontiere. Gia’ adesso a fronte di ogni posto-lavoro disponibile in Europa ci sono 64 persone in lista d'attesa nella sola fascia dell'Africa mediterranea. Un movimento di dimensioni bibliche, un'autentica marea nera, e c'e' chi parla addirittura di un "sesto continente" che dal cosidetto terzo mondo si sposta, in cerca di rifugio, verso i paesi industrializzati. "La societa' di domani - dice il sociologo Franco Ferrarotti - sara' multietnica e quindi anche multirazziale. Dobbiamo ormai capire che il mondo e' diventato unitario e che l'umanita' e' toccata nello stesso momento da tutto cio' che accade”. Il mondo tuttavia probabilmente non e' ancora pronto a questa idea di universalita'. Ecco perche' avvengono episodi vergognosi come il pestaggio di un extracomunitario su un autobus a Ostia o il linciaggio di un nero sulla spiaggia sarda. Oppure come la storia di una giovane donna eritrea costretta a lasciare il posto su un autobus a Roma a un bianco. Quell'autobus e' una metafora: la Terra somiglia sempre piu' a quell'autobus, gremito, soffocante, dove ci si sbrana per quei pochi posti a sedere, dove c'e' la paura che gli altri ci tolgano spazio. Ed ecco dunque  il nuovo razzismo, non piu' ideologico, legato al colore della pelle, ma legato alla lotta per la vita, alla sopravvivenza. Assistiamo anche in questi giorni a spostamenti di profughi da tutte le parti del mondo in crisi. Li ritroviamo dappertutto, anche sotto le nostre case. Li chiamano "i nuovi dannati". Forse dovremmo sforzarci di capire il loro dramma, pur nella consapevolezza che questo flusso va gestito e che vanno distinti gli immigrati “buoni” da quelli “cattivi”. Servono senza dubbio regole ma resta di fondo un problema pratico, oltre che morale: di quegli otto miliardi e mezzo di persone che saremo fra vent’anni sul pianeta, solo un miliardo e mezzo apparterranno al cosidetto mondo civilizzato, tutti gli altri arrivano dai Paesi in via di sviluppo. Come non tenerne conto, pensando soprattutto che il trenta per cento di "noi" sara' vecchio, fuori dell'eta' produttiva? Bisogna insomma abituarsi all'idea di vivere insieme. Non e' difficile. Mi diceva una volta un giovane ingegnere della Costa d'Avorio: "Di solito siamo abituati a vedere le nostre differenze. E le differenze esistono. Ma cerchiamo d'ora in poi di vedere solo cio' che ci unisce”. 
Gli occhi di Erika. Credo che oggi sia sabato di carnevale. Per le persone cosidette normali e’ giorno di festa. Ma io mi trovo ancora in un posto dove adesso non c’e’ spazio (ne’ voglia) per la festa. I giovani, in questo paese che geograficamente e’ posto di frontiera, si chiedono perche’ una ragazzina con la faccia d’angelo possa trasformarsi in un demonio. Ottanta coltellate. Prima al fratellino che l’adorava, poi alla madre. I giovani come lei si chiedono se qualche pasticca (perche’ Erika ne prendeva, lo sanno tutti) puo’ combinare questi sballi allucinanti. Gli amici di Omar, il fidanzatino, si chiedono se e’ possibile che per amore di una ragazza si possa davvero arrivare a tanto. Ma sono soprattutto gli adulti a porsi domande. Quali sono le nostre colpe? Dove abbiamo sbagliato se in questo mondo crescono mostri cosi’? La vicenda tragica di Novi Ligure, la strage della villetta, insegna molte altre cose. La cautela, innanzitutto. E che bisogna prenderci le nostre responsabilita’. Troppo comodo scaricare tutto subito sui diversi, sugli altri, sui disperati che arrivano da fuori. C’e’ chi stava addirittura organizzando spedizioni punitive contro gli slavi. Ma la ferocia non ha colori. Personalmente fin dall’inizio avevo intuito che qualcosa non filava. Mi era bastato guardare per pochi secondi in faccia quell’angelo biondo. Negli occhi la tragedia, lo stupore per il lago di sangue? Macche’. Rientrando in villa la mattina dopo Erika ci aveva fatto il segno con il medio della mano destra che per il popolo anglosassone significa: va all’inferno. All’inferno ci finira’ lei. E si portera’ dietro quel ragazzetto con la testa abbassata che la seguiva come un cagnolino. Quei due ragazzini mi avevano fatto molta tristezza, perche’ forse dentro di me avevo gia’ la verita’.
Ho passato una settimana davanti quella villetta maledetta. Per ore, dal mattino prestissimo fino al buio fondo. Tutti i giorni da quella notte. Ogni tanto riflettevo, nei momenti di pausa. Cercavo d’infilarmi con gli occhi dentro casa, dietro le tendine chiuse. Cercavo di capire perche’. Cos’era successo. M’immaginavo quella scena tragica, allucinante. Pensavo a una donna che torna a casa con il figlio, ai cani che saluta nel giardino e poi che apre quella porta e non sa ancora che dietro c’e’ sua figlia con il fidanzatino: tutti e due con i guanti e i coltelli in mano pronti a ucciderli, massacrarli. Immaginavo. Eppure non riuscivo, non sono mai riuscito, a "vedere" fino in fondo la scena. Ho viaggiato spesso per guerre e disastri, ma poche storie mi hanno segnato come la storiaccia di Novi. 
(Novi Ligure, giovedi’ 22 febbraio 2001, ore 23,21)
Sequestri.  Tecnicamente l’ultimo rapimento “classico”, cioè compiuto dall’anonima sequestri,  è quello di Alessandra Sgarella, 266 giorni di prigionia in Calabria, riscatto pagato pare addirittura sette miliardi. Otto anni fa, nel 1998. Per gli investigatori è quella la data ufficiale della fine del fenomeno (in Sardegna finì l’anno prima con il rapimento  di Silvia Melis) , ma la piaga dei sequestri non si è certo conclusa.  A tal punto che addirittura secondo la Corte di Cassazione, che cita i casi ufficiali, sono tuttora almeno duecento l’anno i cosiddetti sequestri lampo. Durano in genere poche ore, al massimo un giorno e la cifra pagata non è mai molto alta, intorno ai 50 mila euro. Quasi mai sono denunciati e quindi il nuovo fenomeno potrebbe essere molto più grave di quello che dicono le statistiche. Lo ammettono gli stessi magistrati: non sono denunciati per la rapidità dell’evento ma soprattutto per paura. Sconfitte dallo Stato le grandi organizzazioni criminali, anche perché rivoltesi verso il più redditizio, scellerato mercato della droga, protagoniste sono ora le nuove bande, pochi ma feroci balordi provenienti principalmente dagli ambienti extracomunitari.
Su un totale nel nostro Paese di un migliaio di sequestri dal dopoguerra ad oggi, il dieci per cento è rappresentato dei minori, alcuni addirittura più piccoli di Tommaso. Come Francesco Fabio Misti, di appena sette mesi, figlio di un gioielliere romano, rapito per due giorni nel 1975. E poi Vincenzo Guida di dodici mesi nel 1976, riscatto 250 milioni di allora. E ancora Elena Luisi di quindici mesi nel 1983,  liberata dalla polizia.  Dicono che il sequestro sia il delitto più abietto, perché fa leva sui sentimenti. Sfruttare i bambini è addirittura da belve.
La pedofilia. 
Si calcola che, in tutto il mondo, siano due milioni e mezzo i bambini sfruttati sessualmente Secondo una stima del Censis in Italia ci sono 21 mila casi di pedofilia ogni anno (e si parla solo di violenze carnali e molestie gravi). Le denunce pero’ sono soltanto 600 l’anno. La giustizia comunque va avanti e sono circa 1000 i processi ogni anno per bambini abusati o maltrattati. Il 35 per cento riguarda bambini sotto i tre anni. Un particolare terribile e’ che in piu’ del 60 per cento dei casi sono stati giudicati colpevoli i parenti delle vittime. Gli abusi, dunque, avvengono in famiglia. La regione dove si sono registrati l’anno scorso il maggior numero di casi e’ la Lombardia, con 157 casi. Seguita subito dopo dal Lazio (121) , Piemonte (72), Sicilia (69), Toscana (65) e via via Campania, Puglia, Emilia Romagna e Veneto. (Fonte: direzione centrale polizia criminale). Il giro d’affari che ruota intorno alla pedofilia e’ gigantesco. Qualcosa come 8000 miliardi l’anno soltanto con Internet. Ci sono, pensate, 50 mila siti dedicati alla pedofilia in tutto il mondo con 2 milioni di bambini coinvolti e 12 milioni di immagini e foto. Ci sono 40 mila chat-room per pedofili. Oltre al mercato tradizionale, non line, ingrossato da 25 milioni di cassette e cd-room per pedofili. I baby-navigatori negli Stati Uniti sono 25 milioni, cioe’ i bambini che navigano ogni giorno per ore nella rete.  (Fonte: Disney) In Italia sono un milione e mezzo i bambini in eta’ scolare che usano il computer. Quelli che navigano in Internet sono 350 mila(65,4%). Quelli che navigano in Internet sono 350 mila. Il 73% ha dichiarato di navigare da solo, ossia senza adulto vicino..  (Fonte: Eurispes)
 
"Noi siamo fiabe. Siamo fatti di fiabe. I percorsi delle nostre vite possono essere visti come fiabe, cosi’ come le paure da superare, i mostri e le streghe da combattere, le prove da affrontare".
Per troppi anni la societa’ ha preferito non vedere, non sapere. Volevamo credere che il lato oscuro, malvagio, malato dell’uomo non coinvolgesse i bambini. Eppure le fiabe, che da sempre accompagnano l’infanzia, raccontano che la vita spesso e’ rischiosa, che esistono orchi e lupi cattivi pronti a sedurre, blandire i piccoli, per poi ghermirli e ucciderli. Negli ultimi tempi assistiamo turbati a una brusca inversione di tendenza: le segnalazioni e denunce delle situazioni di abuso sessuale all’infanzia sono notevolmente aumentate, compaiono forme nuove, tecnologiche e virtuali del problema e probabilmente siamo ancora lontani dal conoscerne le reali dimensioni. Prevenire l’abuso sessuale dei minori significa prevenire tutte le conseguenze a medio e lungo termine che da esso derivano. (Maria Rita Parsi)
I giorni maledetti di Genova. Veleni e sangue. Lutti e rovine. Quel che resta del supervertice di Genova e' sicuramente l'antivertice. Io che stavo li' non ricordo una sola immagine degli otto "grandi" ma ricordo invece le gabbie, le sassate, gli spari, le ambulanze, le lacrime, la rabbia, la paura e la grande, inusitata violenza. Quando ancora si poteva girare per la citta' senza il rischio di essere bastonati, sono andato in via del Campo e ho fatto una visita al "museo" di De Andre', dov'e' conservata la sua chitarra. Insieme a me sono entrati anche molti poliziotti che stavano facendo la guardia ai carrugi di una bellezza splendida e oscura. Il "guardiano del museo" ha commentato con una sola battuta: "Adesso Fabrizio avrebbe detto: belinate, solo belinate".Quel che e' successo nei giorni successivi non e' stata una "belinata". Ma una storia grave, pesante. Ho visto i neri trasformare la citta' in un campo di battaglia, devastando tutti e tutto. E ho visto poliziotti picchiare come ossessi, spesso gratuitamente. Ho visto cose molto sporche. Stavo a due passi dalla piazzetta dove Mario, un carabiniere di vent'anni ha ucciso Carlo di ventitre'. Sono stato in mezzo al corteo di festa (fantastico: con suore e streghe) e sono stato accecato dai lacrimogeni. Sono stato la notte del blitz prima fuori, poi nella scuola. Quanto sangue! Eppure, vivendo dentro l'inferno, non so spiegarmi perche' tutto cio' e' successo. So che i ragazzi che contestavano il vertice hanno ragione, ma so anche che non si puo' usare quella violenza. So che la polizia deve difendere lo Stato, ma so anche che non puo' essere piu' violenta dei violentatori. Per capire come sia difficile capire, parliamo pure del difficile, affascinante, strano mestiere di cronisti. Accetto le critiche che sono piovute inevitabili sulla categoria. In parte le considro meritate ma vorrei ricordare due punti: che diciannove di noi sono stati feriti solo per la voglia di raccontare e che fondamentalmente abbiamo scontentato tutti, segno che non abbiamo preso le parti di nessuno. Ognuno ha la sua verita'. A noi spetta il compito di dirle tutte.
Il grande orecchio. Lo chiamano il "Grande Orecchio". E' l'entita' sempre piu' incombente che ascolta tutto di tutti. Quasi un incubo. Con molte difficolta', siamo riusciti a penetrare all'interno di questo Grande Orecchio. E' nascosto in un enorme palazzo di vetro alla periferia di Roma. Corridoi asettici, deserti. Una stanza scarna, senza identita' ne' indirizzo, gente fantasma che non vuol farsi riconoscere, nervosa. Un luogo proibito: la sala-ascolto dell'"ufficio I", la sezione piu' riservata della Guardia di Finanza. Qui si intercettano telefonate di chiunque a chiunque. Ad un'unica condizione: che l'ordine arrivi da un magistrato. Questo e' dunque il Grande Orecchio legale. Sale ascolto simili le hanno tutte le forze dell'ordine. Non solo. Secondo i dati del Ministero di Grazia e Giustizia sale ascolto, a disposizione dei giudici, sono installate anche presso 164 Procure per un totale di 5.138 apparecchiature. Impossibile entrare, specialmente adesso che il settore delle intercettazioni e' diventato un campo minato. Ma in questo viaggio dentro il Grande Orecchio cercheremo di dimostrarvi che legalmente o illegalmente, per affari o per gioco, siamo tutti un po' spiati. Nessuna paura. Abbiamo forse scoperto anche il modo di difenderci.
La storia per cosi' dire ufficiale delle intercettazioni comincia in un palazzo americano nel '72. E' lo scandalo Watergate che travolge Nixon. Pensare che erano stati proprio gli americani a denunciare il vizio sovietico di spiare. Ma per la verita' il vizio e' notoriamente universale. In Francia sotto il peso delle intercettazioni cade Balladur. In Spagna denunciano che sotto controllo c'e' anche re Juan Carlos. Per non parlare delle sorti del trono britannico affidate agli scoop su Diana.
Da noi il primo a parlare a voce alta del Grande Orecchio fu Cossiga che temeva microspie anche al Quirinale. Certamente c'erano al Viminale, secondo la testimonianza clamorosa di un ex ministro dell'Interno. "Il primo giorno che arrivai nel mio ufficio - ci racconta Roberto Maroni -, l'allora capo della polizia Parisi mi consiglio' di far bonificare la stanza. Lui faceva bonificare la sua due volte a settimana".
Alcuni scandali o presunti tali nel tempo sono venuti alla luce. Anzi, talmente numerosi e senza confini politici da spingere Andreotti a parlare argutamente di "centralinismo democratico", nel senso che non si e' salvato e non si salva nessuno. Dal giudice Carnevale al commercialista Mandalari, da Di Pietro a Craxi.
Le intercettazioni allo Stato costano. Si pensi che solo alla Procura di Torino hanno speso in un anno oltre due miliardi di lire. La mancanza di personale costringe ad affidarsi spesso a societa' esterne alla pubblica amministrazione. Una microspia telefonica costa 15 mila lire al giorno, 350 mila una microspia ambientale. Si passa a un milione per l'intercettazione di un cellulare e a un milione e ottocentomila per l'uso del sistema di individuazione GPS (Global Position System) messo a punto dalla Nasa.
Le intercettazioni sono servite, com'e' noto, nei grandi casi. Come il sequestro Moro. O la scomparsa di Emanuela Orlandi. O anche per la strage di Ustica. Ma servono quotidianamente anche per sconfiggere la criminalita'. Qui i carabinieri di Napoli grazie alle intercettazioni stroncano un traffico internazionale d'armi. E qui la polizia con lo stesso mezzo scopre che finti tecnici Sip interferivano nelle telefonate per vincere gare d'appalto pubbliche. Ma chi altri intercetta e per ordine di chi?
C'e' un settore che non riceve ordini. E', naturalmente, quello dei servizi segreti. I dossier che Sismi e Sisde conservano nei loro impenetrabili bunker sono ufficialmente 308 mila: lo ha stabilito il comitato per i servizi. Ma si calcola che ci siano almeno un milione di schedature illegali. Su tutto e su tutti. Schedature definite "galleggianti" e che quasi mai finiscono sul tavolo dei magistrati, secondo l'autore del cosidetto "rapporto Achille". "Ci sono dossier su tutti i protagonisti della vita pubblica italiana, ma proprio tutti. Una schedatura a 360 gradi", ci ha confermato Roberto Napoli, ex agente del Sisde.
La verita' e' che e' facile intercettare. Molto facile. L'intercettazione fissa e' addirittura elementare. Basta una microspia: costo totale un milione, compresa la radio ricevente. Ancora piu' semplice, pare, l'intercettazione mobile grazie all'apporto dato, nei casi legali, della Telecom. "E' un'operazione virtuale. Basta un software per mettere sotto controllo un cellulare, le sue chiamate finiscono direttamente alla centrale. Non e' vero oltretutto quello che si dice: e' intercettabile anche il GSM, l'ultima generazione dei telefonini, ci vuole solo piu' tempo", spiega il responsabile del servizio Attilio Achler.
L'intercettazione dal 1974 e' illegale, compresa quella dei servizi segreti. Un magistrato puo' mettere il telefono di un cittadino sotto controllo (dall'anno scorso anche di un parlamentare) solo quando sospetta di un reato grave, punito con una pena superiore ai cinque anni. La richiesta va convalidata dal gip. Il paradosso e' che invece e' consentito di fatto l'acquisto di apparecchiature: per acquistarle si dovrebbe presentare un'autorizzazione del Ministero delle Poste ma nessuno la chiede.
Molti italiani, non solo privati cittadini, vanno a Londra in un negozio di South Adley street che non si nasconde certo dietro una metafora. Entriamo dunque nello "spy shop", strada discreta, quartiere di lusso. Troviamo due funzionari dell'ambasciata russa, un paio di spagnoli proprietari di un casino, una ragazza forse tradita e anche un collega della Bbc in caccia di una candid-camera. Non li dovremmo ...vedere ma nel regno delle spie tutto e' consentito. L'idea e' stata di una distinta signora che ha intravisto l'affare. Giura che non si tratta di un ex spia. Nel negozio c'e' di tutto. Obiettivi di telecamere nascoste negli orologi, nei pacchetti di sigarette, in un walk-man, addirittura negli occhiali da sole. E altri aggeggi infernali. Per non parlare dei microfoni: facilissimo mimetizzarli. Ci dice David Ross, il direttore del negozio: "Anche un giudice italiano antimafia ci ha chiesto materiale. Effettivamente il mercato italiano e' fra i piu' redditizi. Vendiamo tutto a tutti senza troppe spiegazioni. Politici, poliziotti, industriali, mariti sospettosi, curiosi. Non ci sentiamo in colpa. Chi vende pistole non e' responsabile di tutti i reati che si fanno con quelle pistole"
Giochiamo. Con uno scanner, cioe' un analizzatore di frequenze, tarato intorno ai 900 megahertz, la frequenza appunto dei cellulari, captiamo tutte le telefonate della zona di Mayfair dove ci troviamo. Niente di clamoroso. Solo qualche appuntamento a cena. Ma con pochi soldi ormai ognuno di noi puo' sapere ormai tutto di tutti.
C'e' chi ne ha fatto, ad esempio, un gioco televisivo come Chiambretti che nella trasmissione "Il laureato" ha intercettato Ambra mentre ripeteva passo passo le parole di Boncompagni, come una replicante. C'e' anche chi di questo gioco del pettegolezzo, frutto della societa' incivile, di questo sport del buco della serratura, ne ha fatto un libro di successo (rompendo molte famiglie) come gli autori di "Italia ti ascolto". E chi si e' inventato una rubrica divertente e rigorosamente anonima, "Il terziario arretrato", come il settimanale "Cuore". "L'autore? Non lo conosco neppure io - confessa il direttore Claudio Sabelli Fioretti -, beh una cosa posso rivelarla. Interceptor in realta' e' doppio, nel senso che sono due persone. Ma diciamo il vizio non il peccatore. Sul giornale i nomi sono tutti cambiati. Anche se qualcuno si riconosce...".
Secondo un sondaggio quattro italiani su dieci hanno paura di essere intercettati quando parlano. E forse hanno ragione. Probabilmente siamo un popolo di spiati e dunque di spioni. Ma ci si puo' difendere? Nel settore delle investigazioni private chi si e' specializzato nel controspionaggio, cioe' nella difesa o come si usa dire in termine tecnico nella bonifica. E' l'agenzia Tom Ponzi, forse perche' il fondatore fu la prima vittima della legge contro l'intercettazione. "Lavoriamo soprattutto nel campo dello spionaggio industriale - spiega Miriam Ponzi -. Difendiamo i segreti delle aziende. C'e' troppa gente senza scrupoli. Ma proteggiamo chiunque voglia stare tranquillo".
Dunque, niente paura. Ci sono anche gli antispioni. Contro lo "scanner" esiste lo "scrambler". Il nemico del Grande Orecchio, una sorta di angelo del Villaggio Globale. Lo scrambler codifica il messaggio in partenza e lo rende cosi' intelleggibile da un altro apparecchio ricevente. Sta tutto in una valigetta. Ma contro le cimici ci sono anche apparecchi piu' piccoli, da tenere in borsetta. Un consiglio: con i primi risparmi acquistatene uno. E potrete parlare tranquilli. Forse.
Le parole. Due riflessioni. Certamente il linguaggio si allinea al passo con i tempi. Ed è quindi ovvio che stiamo acquisendo da tempo un’infinità di termini tecnologici. Prima era la televisione (quante parole, più che immagini, ci ha regalato?), adesso imperversa internet e allora verbi come “loggare” o “sloggare” (entrare cioè con il proprio nome nella posta elettronica o in un sito riservato) sono di dominio comune, almeno fra i giovani. Per non dire di e-mail e password, sempre in rapporto al computer. Ma è ormai nel linguaggio generale tutto il vocabolario legato ai telefonini: tutti sanno cos’è un sms, anche le persone di una certa età. Dunque un ingresso fisiologico delle nuove parole, strettamente legate al progresso.
La seconda riflessione, che riguarda più specificatamente la professione del giornalista, è legata non tante a parole nuove ma all’uso delle parole. Le parole contano, fanno politica. L’esempio più importante l’abbiamo imparato in Iraq. Quelli che mettono le bombe sono sicuramente terroristi. Ma quelli che combattono l’invasione americana chi sono? Resistenza o guerriglia? Insorti o ribelli? E appunto: invasione, occupazione oppure liberazione? Senza troppi discorsi, senza neppure un accenno di analisi basta poco per chiarire il proprio punto di vista. Molto poco: basta una parola. 
Tutti i disastri nucleari sconosciuti
Chernobyl resta l’Apocalisse. Ma il disastro vero e' che le "Chernobyl" nascoste, spesso negate, sono numerose: soltanto nell’ex Unione Sovietica. Solo qualche anno fa e' stato rivelato che nel 1961 (è passato quasi mezzo secolo nel silenzio) l'equipaggio di un sommergibile nucleare si sacrifico' per evitare una catastrofe sottomarina. Pensare che ancora esistono dieci citta' nucleari neppure segnate sulla carta geografica. Conosciute solo in codice, come "Tomsk 2" o "Arzamas 16", abitate da ottocentomila fantasmi: perche' ovviamente anche loro non esistono, in nessuna anagrafe. Tecnici ormai alla fame che per vivere pare che adesso commercino plutonio, uranio e mercurio rosso. Vere e proprie bombe ambulanti in giro per l'Europa. E' come essere seduti tutti su una bomba ad orologeria, anzi su centinaia di bombe. Che possono esplodere da un momento all'altro.
Come possiamo sapere quando esploderanno? Come possiamo scoprire cosa c'e' dietro decenni di colpevoli silenzi? Per fortuna, grazie a ufficiali compiacenti oppure pentiti o piu' facilmente comprati, escono ora alcune verita' soffocate negli archivi del Kgb. Ma quanti segreti ci sono in quei tristi sotterranei della Lubianka? Pochi sanno, ad esempio, che a Tiumei, in Siberia, ogni forma di vita e' stata cancellata da una nube tossica: lo scopri',pensate, Krikaliev, l'ultimo eroe russo dello spazio, abbandonato per un anno sulla Mir. E nessuno sa cosa sta succedendo a ridosso del polo nord. Una zona maledetta, territorio di "test" nucleari, soprattutto negli anni della guerra fredda e del grande armamento. Chi paga, in maniera irreversibile, e' la popolazione eschimese, vittima di continue, ininterrotte piogge radioattive. Molti di loro -oltre che poverissimi- nascono malati di mente, sicuramente muoiono molto presto. Quando si muore vecchi, da quelle parti, si muore a 45-50 anni. Anche la vita e' dura. Tutti nomadi, allevatori di renne, non hanno piu' sostentamento perche' la radioattivita' ha cancellato le piante e le renne non hanno piu' da mangiare. E' il dramma di un popolo destinato a sparire dalla terra.
Situazioni di questo genere ce ne sono molte nello smisurato ex impero sovietico. Pochi sanno anche dell'esplosione, nel 1957, nell'industria Majak negli Urali che, in una delle citta' segrete ("Celiabinsk 65"), produceva esplosivo per le bombe atomiche. L'incidente che ha reso irrimediabilmente sterile un'intera regione provoco', secondo gli scienziati, un inquinamento radioattivo decine di volte superiore a quello di Chernobyl, La Majak e' ancora in attivita'. E poi l'incendio nel 1978 nella centrale atomica di Beloiarski. I quarantasei militari morti nel laboratorio di Sverdlovsk specializzato in armi batteriologiche. Il genocidio nel Kazakistan dove centinaia di migliaia di persone sono state uccise dalla radioattivita' del poligono di Semipalatinsk. E la morte del lago Aral, il quarto del mondo per grandezza, dove ogni anno spariscono venticinque chilometri quadrati di acqua.
Dieci citta' segrete, dunque. Della meta', di cinque siamo riusciti almeno a scoprire il nome, o meglio il codice: le prime ad essere rivelate furono proprio Arzamas-16, dov'e' avvenuto l'ultimo furto, e Tomsk-2. E proprio di recente il ministro dell'Energia Atomica Viktor Mikhailov in un'intervista al giornale "Nezavisimaya Gazeta" ha parlato espressamente di Tomsk-7 e di Celiabinsk-70 dove sono avvenute fughe radioattive. Ma ora che ufficiali compiacenti (o comprati) dell'ex Kgb hanno deciso di parlare, si scopre per esempio che nel 1957 ci fu un'esplosione nell'industria Majak negli Urali che, in un'altra delle citta' segrete, Celiabinsk-65, produceva esplosivo per le bombe atomiche. L'incidente che ha reso irrimediabilmente sterile un'intera regione provoco', secondo gli scienziati, un inquinamento radioattivo decine di volte superiore a quello di Chernobyl, La Majak e' ancora in attivita'. Quando si vive tanto, da quelle parti, si vive 45-50 anni.
Quanti misteri. In un rapporto presentato a Kiev un comitato di esperti prevede un milione di morti per Chernobyl. Ma il delitto piu' grande resta il ritardo nell'allarme, l'evacuazione dopo 48 ore, il silenzio al mondo che ancora provoca danni. Nei depositi della Bielorussia ci sarebbero tuttora diecimila tonnellate di carne radioattiva immesse sul mercato dopo il disastro mentre in qualche fattoria intorno al reattore n.3 si fanno esperimenti sugli animali e sembra che le pelli di numerosi visoni contaminati siano finite al grande mercato di San Pietroburgo.
Tutti sanno che a Sosnovy Bor , la centrale nucleare a ridosso della fantastica San Pietroburgo, ci sono state almeno due esplosioni ma pochi sanno che proprio davanti all'ingresso della centrale – l’abbiamo visto con i nostri occhi - c'e' quello che qui chiamano il cimitero atomico. In una fabbrica sono racchiusi tutti i rifiuti radioattivi della zona nord-occidentale dell'ex Unione Sovietica. Un incidente equivarrebbe all'apocalisse. Una situazione del genere esiste, addirittura, anche a Mosca, in pieno centro. A due passi dall'ambasciata americana e dal Planetario, una scuola di astronomia, sotto almeno tre cortili ci sono depositi di sostanze altamente nocive: arsenico, mercurio e piombo. Ma la cosa più incredibile è l'uso di queste sostanze. Sono depositate da decenni dal terzo dipartimento medico del comitato centrale del Pcus, dipartimento intitolato a Lenin, che ha come compito principale la conservazione, nel mausoleo in piazza Rossa, della salma del padre del comunismo. Anche quegli additivi sono serviti insomma per costruire la grande utopia. Come dire che la gente paga due volte.  Viaggio nell'apocalisse

Quando chiusero le case chiuse
L'ultima notte, più di quarant’anni anni fa, in migliaia di alcove italiane sicelebro' una malinconica festa d'addio: nelle "maisons" di lusso usci' fuori a sorpresa addirittura lo champagne. Fra drappeggi, mezze luci, tanfo di cipria e di disinfettanti, signorine e clienti si ubriacarono in nome di Lina Merlin, una signora padovana d'altri tempi, senatrice della Repubblica, che aveva finalmente vinto la suadecennale battaglia: le case, quelle case, dovevano essere chiuse, dalla mezzanotte del 20 settembre 1958, casualmente anniversario della presa di Porta Pia.
Cosi' finiva une'epoca, quella di un'Italia tutta maschia, dove davvero la donna era soltanto un oggetto, di desiderio e di mercificazione. Il telegiornale della sera diede la notizia in maniera totalmente incomprensibile: Ugo Zatterin fece i salti mortali per non nominare le prostitute. Racconto' la Merlin qualche giorno dopo a Enzo Biagi: "Sa, mi sono venute a trovare al Senato decine di quelle signorine. Mi hanno ringraziato. Ora siamo cittadine come le altre, mi hanno detto con un sorriso".
Certamente quel mondo, istituzionalizzato nel 1860 dal Conte di Cavour, costituiva prima della chiusura un'industria molto fiorente:730 imprese, quattromila lavoratrici, quattrocento imprenditori, un fatturato annuo (era il 1958) di quattordici miliardi di lire! Pensate quante dovevano essere le "marchette", cioe' i gettoni con il simbolo del casino che davano ad un uomo il diritto assoluto su una di quelle signorine, se la media nazionale della tariffa era di cinquecento lire, con un minimo di 150 lire per cinque minuti a un massimo di diecimila lire per un'ora. E con lo Stato, detto per inciso, che lucrava sullo sfruttamento di quei corpi.
Piu' di quarant'anni dopo, cosa ci ritroviamo? Qualche volto sbiadito, un po' di nostalgia, una fiorente poetica e soprattutto il riaprirsi diuna discussione. Fin dal parlamento scorso c'erano ben cinque proposte di abrogazione, mentre un giovane deputato ha lanciato recentemente l'idea delle colline dell'amore.
Finestre socchiuse, dunque, in un'epoca, quella attuale, che ha ben altri problemi, come l'erotismo a luci rosse e autentici drammi comel'Aids e la violenza. Come se tutto questo fosse possibile batterlo con la regolamentazione delle trasgressioni. Quella chiusura fu un autentico atto di civilta', una conquista di liberta'. Non vogliamo entrare nel merito della discussione ma crediamo che i problemi di oggi vadano affrontati con gli strumenti di oggi.
Oltretutto, abbiamo un'impressione: che i nostalgici non si rendono conto che, probabilmente, hanno solo il rimpianto della gioventu' che se ne e' andata.