Con Falcone a Oslo
Con Giuliana Sgrena
Con Lech Walesa a Danzica
Con Graziano Mesina a Orgosolo
Con Stefio, Agliana e Cupertino
Con Oriana Fallaci a Dahran
Ne parlo sinceramente con fastidio, come parlo con difficolta’ di tutte le questioni che mi riguardano personalmente. Ma non posso far finta di niente. La signora Fallaci con questa storia della nuvola nera ci va avanti da dieci anni. In Kuwait, quando bruciavano i pozzi, la signora e’ stata al massimo due giorni. L’ho incrociata a Darhan, in Arabia Saudita, mentre lei rientrava e io andavo in Kuwait. Personalmente ho respirato quella nuvola nera quaranta giorni di seguito. Ringraziando Iddio, senza problemi. Come non li ha avuti nessun altro: ne’ i miei compagni di viaggio ne’ tutti gli altri colleghi che ho incontrato li’. Evidentemente lei e’ stata molto sfortunata. Non e' vero che ne ha parlato solo oggi, ne parla da anni.
Con Vittorio Sgarbi a Kabul
L’ultima notte dell’anno per Kabul e’ una notte qualsiasi. Una notte di fantasmi, con il coprifuoco, poche luci, pochissime persone in giro per la citta’, se non quelle che devono garantire il primo punto del programma del premier Karzaj: la sicurezza. Di giorno la capitale dell’Afghanistan e’ ormai tornata un luogo vivo, pieno di colori e di fermenti, ma quando cala la luce riaffiorano pesanti rischi e paure. Del resto qui non e’ Capodanno. Per il mondo mussulmano, che e’ fermo al 1380, il passaggio avviene a marzo e coincide con l’egira, la fuga di Maometto. Festeggeranno dunque soltanto gli occidentali, nelle piccole e poche isole chiuse e protette delle proprie case e dei luoghi di lavoro. Noi italiani, sfidando il divieto di girare, saremo tutti in ambasciata, che da stamattina ha riaperto ufficialmente i battenti. Una cerimonia particolare, un po’ casereccia, con l’inno nazionale cantato, dai carabinieri del Tuscania, da Giorgi e da Sgarbi. Poi ci siamo organizzati per stanotte. Noi porteremo cotechino e lenticchie.  C’e’ una luna piena enorme, smisurata stanotte a Kabul. Sembra un Capodanno come tanti altri e invece per tornare a “casa” dobbiamo essere scortati.
Non me la voleva far vedere. “Non l’ho mai fatta vedere a nessuno” mi ha detto Giuliana mostrandomi una collana. E’ un  regalo dei rapitori. Prima di rilasciarti? “No, la settimana precedente. Forse era quella la data giusta poi qualcosa e’ andato storto”. Giuliana Sgrena se la rigira tra le mani, quasi che un contatto fisico la riportasse indietro nel tempo, dentro l’incubo. Teme che qualcuno non capisca, che quel regalo possa far pensare a chissa’ cosa. “Non posso dire che mi hanno trattato male, perche’ non e’ vero. Hanno sempre avuto rispetto, ma non hanno neppure nascosto che potevano uccidermi, se fosse servito alla loro causa. Non erano belve, parlavano piu’ da politici che da banditi, ma credo che molte volte in quel mese ho rischiato di essere uccisa”.  Due ore. Due ore di parole, cercando (insieme) di capire cos'e' la paura. Giuliana Sgrena di paure ne ha tante. "Ne ho così tante che ho perso l'entusiasmo della vita, non la voglia di vivere, ma l'entusiasmo sì e so che non tornera' piu'". E' stata precisa, puntuale, appassionata a raccontarmi quel mese in mano ai rapitori, dal sequestro alla liberazione: "una festa che non potro' mai festeggiare perche' un uomo non c'e' piu'". Per la Sgrena non e' stato un incidente, e' stato un agguato. Ha parlato anche dei suoi errori, ma soprattutto della voglia di tornare in Iraq.  "Ma so che dovro' aspettare ancora molto tempo". Perche' tornera'  solo quando sara' possibile fare la giornalista.
Con Schwarzkoff  in Kuwait 
Con Craxi ad Hammamet
I due incontri ravvicinati con Laura Bush (Roma e Torino)
Con Giulio Andreotti
La battuta e' famosa: "Mi hanno accusato di tutto meno che delle guerre puniche". In realta' nelle decine di migliaia di pagine d'istruttoria preparate dai magistrati di Palermo e di Perugia, Giulio Andreotti e' veramente accusato di tutto. Ma come risponde il grande accusato, il presunto "Belzebu'"? Questa e' un'intervista raccolta un po' per volta, fra Roma, la Sicilia e l'Umbria, in questo inedito e sicuramente doloroso peregrinare nelle aule di giustizia di quello che per decenni e' stato l'uomo piu' potente e rispettato d'Italia.
- Senatore, innanzitutto, cosa a che fare lei con la mafia?
"Con la mafia? Ho un rapporto da nemico, non certo da amico. Io ho fatto molte leggi, e molto dure, contro di loro"
- I giudici di Palermo le danno invece del mafioso, anzi del capomafia
"Sembrano accuse pesanti e invece sono talmente generiche... Da due anni mi accusano di tutto, dicono che aggiusto processi. Ma quali sono i processi che ho aggiustato? Dove sono le prove?"
- Cosa pensa dei pentiti?
"Non voglio discutere sulla credibilita' in generale dei pentiti. So, per quel che mi riguarda. che hanno detto soltanto falsita' e calunnie. Ed e' triste che per accertarlo occorra tutta questa pubblcita', questa sorta di linciaggio morale. Sono indignato. Spero che questo supplizio finisca presto. Spero che un giorno si riesca a sapere chi ha suggerito a Buscetta di tirarmi in ballo. Un metodo che ritengo infame e provocatorio. Le sue sono tutte chiacchiere o addirittura invenzioni. In questa pioggia di accuse tremende trovo un intreccio perverso. Trovo gli stessi fatti, gli stessi episodi sia a Palermo che a Perugia. Pecorelli, Dalla Chiesa, Moro, Sindona, la mafia... Non so chi debba dire l'ultima parola. Io continuo a ripetere di non aver mai conosciuto i fratelli Salvo, nel senso che se pure mi sono trovato insieme a loro non sapevo che fossero".
- E Pecorelli, quali erano i vostri rapporti?
"Non l'ho mai conosciuto personalmente, ma certamente ero destinatario di una sua particolare attenzione critica. Un filone caratteristico di OP era sicuramente una decisa ostilita' a qualunque convergenza fra democristiani e comunisti. Ma mai ho trovato negli atteggiamenti di Pecorelli astio personale nei miei confronti. Ed anzi ricordo' che mi mando' un messaggio di condoglianze per la morte di mia madre e una lettera molto calorosa per avergli mandato alcune medicine contro l'emicrania"
- E la storia del memoriale Moro?
"Sono pronto a qualunque radiografia giudiziaria. E' una totale invenzione la storia secondo cui avrei ricevuto il memoriale sottratto al generale Dalla Chiesa. Nulla del genere ho mai ricevuto e conosciuto, ritenendo anzi fino a poco tempo fa che i documenti trovati nel covo delle BR fossero la trascrizione dattiloscritta delle molte lettere autografe che Moro stilo' durante quei terribili cinquantaquattro giorni del suo sequestro".
- Cosa chiede?, se ancora puo' chiedere qualcosa.
"Da cittadino ho il diritto sacrosanto di pretendere giustizia. E garanzie. Non si puo' prendere per buono, senza un minimo di controllo, quello che dice qualche pentito".
- Allora, chi ce l'ha con lei e perche'?
"Innanzitutto i mafiosi: usano tutte le armi, non solo la lupara".
- Chi altri?
"Ce l'hanno con me certamente tutti i trafficanti di droga, sia in Italia che in America. Andrebbe ricordato che Buscetta passo' dalla nostra parte quando io ero ministro degli esteri".
- Ha pensato a una vendetta politica?
"Puo' essere. Piu' che vendetta una lotta politica. Certo togliendo noi... il cambiamento e' stato piu' facile. Poi non so a chi siano riusciti i progetti e a chi no. Ripeto, sono indignato. La verita' dovra' venire fuori prima o poi".
- Ma insomma lei crede in un complotto?          
"Un caso non lo e' di certo. Qualcuno lo ha ideato di sicuro. Risponde a un chiaro disegno".
- Nato in Italia o negli Stati Uniti?
"Questo non me lo chieda. Non lo so".
- Con quale stato d'animo vive quest'esperienza?
"Sotto il profilo spirituale, vuol dire? Beh, mi dico che dopo tanti anni di gloria e di trombe d'argento faccia bene anche un periodo di umiliazione. Solo che vorrei finisse presto. A gennaio avro' 77 anni... capisce perche' ho fretta?".
- Le pesa piu' l'accusa di mafioso o di assassino?
"E come si fa stabilire una gerarchia del genere? Non so piu' per cosa indignarmi. Negli atti di accusa di Palermo c'e' anche scritto che frequentavo le case di tolleranza, una certa Mary Fiore... Non mi meraviglio piu' di nulla".
Fa uno strano effetto entrare dentro i cantieri di Danzica. Si lavora, anche in questi giorni, qui non si smette mai di lavorare. L’omaggio al Papa e’ sul cancello: una foto, un fiore, una preghiera. C’e’ un museo che ricorda la storia di una rivolta che ha cambiato il mondo. Ci sono murales. E c’e’ un pezzo del muro di Berlino accanto al muro che per la prima volta, ci raccontano, scavalcarono gli operai di Solidarnosc guidati da un elettricista coraggioso, Lech Walesa. Quell’elettricista e’ diventato poi premio Nobel per la pace e poi anche presidente di quel Paese che ha liberato. Adesso ha piu’ di sessant’anni, i capelli bianchissimi, ma non ha smesso di lottare per la sua Polonia. Ha molto da fare, manda avanti tre uffici, i sindacati ancora si rivolgono a lui come a un leader. Mi concede appena dieci minuti e “solo perche’ sei italiano”, mi spiega.  - Walesa, cosa sara’ della Polonia dopo la morte del Papa? “Dopo la sconfitta del comunismo si e’ aperta una nuova era. Siamo entrati in Europa ma a molti Paesi europei non piace questa Polonia. Certo, ci manchera’ l’appoggio del Papa, senza di lui il cammino sara’ piu’ difficile, ma ce la faremo. Non ho paura del futuro”  - Andra’ venerdi’ a Roma per i funerali? “Si’ ci andro’, con una delegazione del governo”.  - Ma non andra’ insieme al presidente Kwasnigwski, perche’? “Perche’ non mi ha mai invitato. Parla sempre bene di me con i giornali, ma non mi ha mai telefonato. La Polonia ancora non e’ unita”.  - Cosa pensa della sepoltura del Papa in Vaticano? “E’ giusto. Come polacco, e anche come devotissimo amico, sarei stato felice di poterlo pregare qui, ma il Papa e’ di tutti, non solo dei polacchi”.  - Lei ha sempre detto che la sua forza veniva dal Papa. Adesso che e’ morto come si sente?  “Mi sento vuoto, come e’ vuoto il mondo senza di lui. Soprattutto e’ vuota la Polonia. Ci ha preso per mano, come un padre, indicandoci il cammino. Anche chi non l’aveva capito, ne’ appoggiato allora, l’ha capito adesso: aveva ragione lui, la sua strada era quella giusta. Ricordo i suoi piedi, grandi. Quando veniva verso di me aveva un passo tranquillo, misurato. Camminando dava fiducia, forza. Nel suo passo c’erano pace, sicurezza, speranza. Ecco, adesso che non c’e’ piu’, dobbiamo finalmente imparare a camminare da soli”.  Fuori c’e’ il sole. Danzica e’ splendida. Simbolo dell’avvio di una rivolta epocale non me l’aspettavo cosi’ bella. Ma c’e’ anche molto silenzio. Si sente nell’aria che manca qualcosa. Qualcuno.
 
Lo chiamano ancora “Grazianeddu” anche se ha quasi sessant'anni. Piu' della meta' li ha passati in prigione: esattamente ventisette anni, sette mesi e sette giorni. Gran parte in isolamento. Una vita dietro le sbarre intervallata da molte evasioni: la prima quando aveva diciotto anni, l'ultima nell’85, una fuga d'amore. Condannato all'ergastolo nel ’72 per un delitto cosidetto d'onore (vendico’ la morte del fratello), deve la sua fama piu' alle lunghe e ripetute latitanze che a responsabilita' dirette nei sequestri di persona. E poi per quell'aria da Robin Hood. Una volta mi ha spiegato perche' e' diventato bandito: "Per il modo in cui le leggi sono gestite. Davanti all'ingiustizia sono sempre pronto a ribellarmi. Come sono pronto a non ribellarmi davanti alla giustizia".
Venti evasioni tentate, nove riuscite. Un ribelle. La prima da giovanissimo, quando aveva sedici anni e fu arrestato per porto abusivo di armi. Graziano odia i taccuini e ama pavoneggiarsi, e' il senso della sua vita nata sbagliata. "Quando arrivavo in un carcere - racconta ai pochissimi amici - andavo subito dai piu' svegli. Ditemi come si fa ad uscire da qui. No, non subito, fra qualche giorno. Quando tornavano glielo spiegavo". Graziano racconta anche altre cose, probabilmente vere. Forse no.
Un giorno gli dico per provocarlo: “Tua madre pensa che sei un bravo ragazzo”. Lui risponde seriamente, senza sorrisi”:
"Mia madre non mi ha mai conosciuto a fondo. Forse perche' nell'eta' in cui si parla alla madre io non c'ero. Ha sempre stentato a credere chequello di cui parlavano i giornali ero io. Perche' sono diventato quello che sono? Perche' nessuno puo' decidere del proprio destino. Certo so perche' scoppia la rabbia. Andare avanti e indietro da un bar all'altro, emarginati, disoccupati, senza obiettivi. Si vive allo stato brado".
Ecco il testo piu' o meno integrale della prima telefonata fra il sottoscritto e l'ex presidente del consiglio Bettino Craxi. A distanza di cento metri: anch'io ero ad Hammamet ma di andare a trovarlo manco a parlarne. Dunque, dico: buongiorno presidente, come sta? "Bene, caro, e te come stai? - Posso venire a trovarla? "No, oggi proprio non sto bene. E poi goditi il mare. Hai sentito che caldo? Vai in spiaggia, prenditi una vacanza. La Tunisia e' bellissima". - Sembra che la contessa abbia tentato il suicidio..... "Quale contessa? Ne ho conosciute tante" - Ha sentito che le hanno rifilato un altro ordine di cattura? "Davvero? Non so niente, io sono sempre l'ultimo a sapere certe cose". Eccetera. Cioe' tutto il colloquio cosi'. Poi ce ne sono stati altri, in cui Craxi mi invitava a richiamare e poi, chissa', forse ci saremmo visti.  Non ci siamo mai visti.
Le vignette di Roberto Mangosi
Incontri
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