Arrivo di notte, dopo un lungo viaggio attraverso Detroit. E’ il primo aereo in assoluto, due giorni dopo il disastro, che atterra in questa “grande mela” ferita e frastornata. Trovo una citta’ ancora gelata dal dolore. L’aspetto piu’ agghiacciante e’ il silenzio. Si prega anche senza parole, semplicemente stando insieme, come in Union Square, proprio a ridosso dell’apocalisse. Vado sulla prima avenue, al Bellevue hospital, dove arrivano i feriti, diventato il punto d’incontro spontaneo di chi cerca qualcuno. Cartoline, biglietti, foto, fiori: hanno costruito quello che chiamano ormai il muro della preghiera che in realta’ e’ un grande, angosciante monumento alla speranza infinita, purtroppo spesso l’illusione di ritrovare ancora in vita i propri cari. Tanti nomi italiani alla parete del pianto: Rossetti, D’Antonio, Di Leo, Caggiano, Tipaldi, La Martira, Ulissa Micciulli che cerca la cugina Deanna Galante. Centinaia di nomi italiani. Ma non e’ semplice cercare, ne’ capire in una metropoli dove di italiani d’origine ce n’e’ almeno mezzo milione. La madre di Michelle Scarpetta, 26 anni, chiede aiuto: “Lei stava al 95 piano, qualcuno l’ha vista?” E chi ha visto un’altra ragazza, Giovanna Gambale detta Gennie? “Lei stava piu’ su, al piano nmero 105”. La speranza. Tra fiaccole e lacrime anche balli, di una forza struggente contro tutte le violenze…. Ma soprattutto canti: disperati, che invocano la pace. Si prega per chi non c’e’ piu’ ma soprattutto per chi resta. Per il futuro del mondo.
Nessuno va a dormire. Il fumo, denso, angosciante, forse avvelenato, che sale dai grattacieli sventrati da’ il senso di una tragedia che purtroppo ancora non e’ finita. Vado a vedere il cratere dell’apocalisse, quel pezzo di New York che manchera’ per sempre. Si continua a scavare, fra le macerie, senza un attimo di sosta. Il sindaco Giuliani ha chiesto di far presto, perche’ la vita non puo’ ricominciare se prima non si cancellano almeno le rovine. Le squadre di soccorso dopo soli tre giorni sono gia’ scese sotto il livello stradale fino alla linea della metropolitana. Il lavoro e’ difficile e faticoso. Ci sono qualcosa come 450 mila tonnellate di macerie ammucchiate la’ dove fino a martedi’ c’erano le torri gemelle. I vigili del fuoco sono esausti, ma vanno avanti. Anche la comunita’ italiana e’ in lutto. Malberry street, uno dei luoghi piu’ frequentati della grande mela, adesso e’ deserta. In questi giorni si doveva celebrare, come ogni anno, San Gennaro. Ma e’ stato tutto rinviato. Certo non e’ il momento di far festa.
E’ passata una settimana. C’era il sole anche martedi’ scorso. Sembrava l’inizio di una giornata bellissima e invece all’improvviso si e’ scatenato l’inferno, il buio, alle 8,45 di mattina. Vado a Brooklyn. Mi dicono dove erano le due torri gemelle, si’ erano li’, proprio dove adesso c’e’ il vuoto. Al panorama fantastico mancheranno per sempre i grattacieli piu’ alti e forse piu’ belli. C’e’ tanta gente, a pregare. E a raccontare, ancora stordita. "Io stavo qui, ho visto tutto, anche il primo aereo. Terribile. Ma questo grande dolore e’ riuscito ad unirci". "Da quando sono nato vengo qui con il cane. Io ancora non ci credo. Ancora spero che sia stato un film". "Certo anch’io da allora non vedo un sacco di gente, amici. Forse sono morti ma ancora spero che ritornino". "Le torri mi mancano ma non voglio che siano ricostruite. Voglio un mausoleo, per non dimenticare". Lacrime, rabbia e rovine mentre dall’altra parte a Manhattan dentro il grande cratere si continua a scavare, anche con le mani, centimetro per centimetro come ci racconta un pompiere. Ma ci vorra’ ancora molto tempo per cancellare almeno i segni del disastro.
Prima di ripartire, un mese dopo, per l’Italia decido per tre giorni di andare a Boston, da dove sono partiti i due aerei carichi dell'odio dei terroristi che poi hanno frantumato le torri gemelle. Mi sono meravigliato di due aspetti che forse spiegano l'apocalisse. Primo: l'aeroporto Logan e' ancora un colabrodo. Secondo: ho trovato tracce pesanti di Bin Laden dappertutto. Sono stato nella strada dove viveva la madre (la strada e' tutta sua) e nel palazzo dove abitavano due fratelli. Per capirci: il nemico gli Stati Uniti l'hanno sempre avuto in casa senza saperlo. Oppure lo sapevano. Ed e’ – un anno dopo – ancora l’interrogativo piu’ inquietante.
Kabul. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Visto dall’alto, l’Afghanistan e’ esattamente come me l’aspettavo. Una serie infinita di montagne, lunghe, aride, impenetrabili. E’ ovvio chiedersi da quassu’: ma ancora Osama Bin Laden e’ nascosto in una di queste grotte? Le grotte sono miliardi. In trentacinque minuti, con un aereo dell’Onu, siamo da Islamabad a Bagram, l’aeroporto militare di Kabul. L’impatto e’ impressionante. Dappertutto rovine e relitti. Sono le carcasse di decenni di guerre. C’e’ una novita’: ci fanno il visto afghano. Seduti per terra, sulla pista dell’aeroporto, su un fogliaccio, ma ce lo fanno. Per uscire dall’aeroporto superiamo un paio di check-point dei marines. Il viaggio per Kabul e’ lungo sessanta chilometri di buche e, naturalmente di montagne. Dobbiamo guadare un fiume. Non ci imbattiamo in predoni, come e’ successo a poveri colleghi sfortunati. Mi fa l’autista: “Ci sono i soldati afghani”. Me li mostra, accanto a una casetta diroccata: sono sei in tutto, stracciati. Poco dopo incrociamo sulla strada una colonna di militari inglesi: beh, ci sentiamo piu’ tranquilli.
Arriviamo a Kabul che ancora e’ giorno, per fortuna. Qui alle 22 c’e’ il coprifuoco, mi dicono, ma gia’ quando e’ buio e’ pericoloso. A meno che non conosci la parola d’ordine, ci spiegano. Gia’, la luce. Qui il fuso e’ spezzato, non mi era mai successo: siamo tre ore e mezza dopo l’Italia. Come dire: fanno di tutto per complicarsi la vita.
Finalmente conosco quella che sara’ la mia casa per un po’ di tempo. E’ in periferia, nel quartiere cosidetto residenziale di Wazir Akbar Khan: qui ci abitavano i comandanti russi quando Mosca aveva conquistato la capitale e, piu’ di recente, i capi dei talebani. L’idea del lusso, come dire, c’e’: piccola piscina in giardino, grande salone con annesso bar, ma non vi dico le condizioni. Oltretutto la luce va e viene, l’acqua pure, mangiare e’ un rischio serio. Scrivo queste prime note su Kabul al buio senza, in effetti, aver ancora conosciuto Kabul. Poi m’infilo sulla brandina, dentro un sacco a pelo. Appena arrivato mi rendo conto gia’ che sara’ dura. Per fortuna, gli amici della Rai che gia’ stanno qui hanno inventato (benedetti italiani) un piatto di spaghetti, qualcuno ha costruito qualcosa che somiglia a un albero di Natale e riesco in qualche modo ad addormentarmi, nella cuffietta la musica dei Queen.
Finalmente scopro Kabul. Ferita. Variopinta. Incredibile ammasso di umanita’. Su ogni palazzo ci sono i segni pesanti di tutte le guerre che l’hanno violentata, da secoli. Il vecchio bazar dei quattro portici e’ ormai un’enorme baracca, il mausoleo di Timur Shah sventrato, la fortezza di Bala Hissar un cumulo di macerie. Avevo letto da qualche parte: Kabul e’ la citta’ che non c’e’. Invece e’ bellissima. Me ne innamoro, d’istinto.  Diario dall'Afghanistan
Baghdad. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Adesso e’ intitolata a Sadr, ma per tutti resta Saddam city, tre milioni di abitanti, la meta’ di tutta Baghdad, quartiere difficile, quasi impenetrabile, territorio degli sciiti, nemici storici dell’ex rais. C’e’ molta rabbia stamattina. E dolore. Mi fanno vedere il posto dove e’ morto Khazim, undici anni. “Era alto quanto me” mi dice uno scugnizzo e mi fa venire i brividi. Tutto e’ cominciato da quello che sembra un incidente, ieri pomeriggio. Un elicottero americano tenta di togliere una bandiera islamica. La gente protesta. Molti salgono sulla torre di metallo. Qualcuno purtroppo spara, forse sono anche lanciate granate. Arrivano in aiuto dell’elicottero due mezzi dei marines e sparano centinaia di colpi verso la folla. Quattro persone rimangono ferite. Un bambino purtroppo muore. Tutti mi raccontano com’e’ successo, mi fanno vedere i segni lasciati da quei minuti d’inferno, sulle persone e sulle case. Il comando americano oggi ha chiesto scusa. “E’ stato un errore. Puniremo i responsabili” e’ stato promesso. Ma la comunita’ sciita non si accontenta. Per dimostrare che non sta con Saddam respinge l’ultimo appello dell’ex rais alla guerra santa, ma adesso vuole che gli americani non entrino piu’ nel quartiere. “Ma lo sanno come viviamo? Non c’e’ da mangiare, non c’e’ niente” mi dice la gente. “Noi abbiamo bisogno di aiuto non di pallottole”. Una rabbia che i leaders sciiti traducono in un ultimatum pesante: se entro 24 ore gli americani non lasceranno il quartiere sara’ guerra vera. Minaccia lo sceicco Hadi Kazali: “Abbiamo lanciarazzi e cinture esplosive, siamo anche pronti a morire per difendere la nostra religione”. Una tensione cosi’ alta che rischia di mandare in frantumi anche quello che sembrava il primo vero accordo politico del dopoguerra. Peccato.
"Quando muore un bambino, una campana suona la cattiveria dell'uomo..."
Maledetta Nassirya, questo posto dannato di un Iraq infernale. Maledetto tutto: le sigarette che adesso fumo una dopo l’altra, quella stupida ripresa notturna davanti la centrale elettrica quando e’ arrivata la telefonata, quest’albergo schifoso, l’Eufrate buio e silenzioso, la luna a tre quarti che invece illumina le macerie, questo poveraccio davanti a me che a quest’ora della notte sta lavando per pochi dinari la nostra auto di lusso perche’ Mahdi deve fare un figurone con noi che lo facciamo ricco in mezzo a tanti miserabili, maledetta tastiera dove devo battere righe che temevo da un mese, questi poveracci che stanno nella hall a vedere un film in una lingua che non capiscono solo perche’ c’e’ un ventilatore, la mia stanza al secondo piano dove non ho il coraggio di entrare, quel letto stanotte inutile. Maledette le foto bellissime che ho scattato oggi sul fiume. Maledetto fiume dove per poco l’altro mese ci lasciava la vita il mio fido Norberto, precipitando da un ponte. E questo Iraq conteso dove ho saputo, esattamente tre mesi fa, il 15 maggio, che era morto mio padre. Anche allora stavo qui, stavo lontano. Maledetto il mio mestiere che adesso odio perche’ mi fa stare lontano da casa ogni volta che ci devo stare. Maledetta, stupida, bastarda vita da zingaro, a raccontare la vita degli altri, trascurando la propria.
Iraq cafè
 
"Lasciamo che siano i fatti a parlare. Il resto sono chiacchiere e politica, tutte cose da cui voglio tenermi lontano".
(Enzo Baldoni
I blog paralleli
Londra.
Sharm el Sheik.
New York.
Anche oggi sono andato in giro a capire se davvero gli inglesi hanno superato lo choc, se l'hanno mai avuto e come riescono a gestirlo.Oggi era una giornata speciale: la prima feriale dopo il week-end che non e' come da noi, qui il week-end e' fondamentale. Smaltita l'angoscia nei giorni non lavorativi, come si sono ripresentati stamattina alla vita normale? In apparenza, appunto, tutto sembrava come prima, a cominciare dal traffico caotico. Hanno ripreso la metropolitana, sindaco in testa, nonostante l'incubo e i nuovi allarmi, dando prova, come si dice da giorni, di grande dignita'. Poi pero' ci parli piu' a lungo, cerchi di sondare davvero l'animo e scopri quello che e' ovvio. Tutti hanno una paura tremenda. Hanno paura le donne e gli uomini, hanno paura i vecchi stanchi e hanno paura i giovani sempre di corsa. Normale che abbiano paura, mi avrebbe spaventato piuttosto il contrario. Qualcuno ha scritto su un biglietto, in mezzo a tanti fiori a King Cross, "non torneremo mai quelli di prima" e forse e' stato l'unico sincero. Il resto rappresenta solo il tentativo di darsi la forza di andare avanti. Come quel titolo del Guardian: "London defails the bombers". In televisione ho tradotto in "Londra sfida i terroristi" ma per gli inglesi il senso vero e' come dire che se ne fregano, insomma non ci mettete paura. Non ero mai stato cosi' vicino, finora, al luogo della strage. Se resti nella City o negli altri quartieri non hai il contatto fisico con la morte che qui tutti nascondono, non la mettono in mostra come il dolore. Ma davanti a quel tappeto di fiori mi e' sembrato di tornare ai giorni tragici di New York. Non bisogna vedere i morti per essere atterriti dalla morte. Basta vedere gli effetti per capire quanto siano bastardi quei terroristi, che colpiscono alle spalle. Nessuna politica sbagliata, per non dire nessuna differenza di cultura o di religione, puo' neppure lontanamente giustificare un massacro. Quei cinquantadue corpi sventrati appartenevano a pendolari, gente povera che con i grandi capi del mondo non hanno niente a che spartire, anzi sono loro le prime vittime. Vedere a scuola, proprio dietro King Cross, tutti quei bambini islamici che sorridono nella citta' ferita, quei piccoli inglesi dalla pelle scura, mi ha dato almeno la speranza che forse un giorno si potra' vivere tutti insieme. Vivere.
Mi diceva oggi il montatore, australiano, che lavora per l'Ebu: "Chissa' dove ci incontreremo la prossima volta. Il nostro vero grande capo a questo punto e' Bin Laden". Con Peter abbiamo lavorato a lungo in Iraq e anche in Afghanistan. Una battuta, semplicemente, per dare l'idea di una vita sempre piu' precaria, da quando e' scoppiata questa guerra globale dolorosa, terrificante, infinita. La scorsa notte, all'una, sono andato sotto i portici dove esattamente una settimana prima a un certo punto la festa si e' trasformata in catastrofe. Le luci c'erano anche ieri sera. Ma non c'era piu' la gente. Non c'era nessuno. E quelle luci mettevano molta tristezza. Di questo passo i terroristi rischiano di vincere. E non e' giusto. Gia', Peter: dove staremo la prossima volta a raccontare altri lutti e altre rovine?
Il problema e' che ormai ci siamo anche abituati alla paura. Oltre che al dolore. Non e' giusto.
Il terrorismo
Qualcosa in comune sicuramente c’era. Altrimenti non ci saremmo ritrovati insieme davanti al buco di quella granata, nel giardino del “Palestine”, quella notte. Ma non ci siamo piaciuti subito. Intanto perche’ quella che ci aveva tanto spaventato io la chiamavo bomba e lui rosa scarlatta. Enzo Baldoni non era normale. Cercai di capire chi era, perche’ stava li’. “Sono un viaggiatore pigro e un ficcanaso, oppure un fesso che scrive, fai te”. Pigro? Faceva foto, sempre, dappertutto. Aveva una certa genialita’ nel rivoltare la frittata: “E’ la quinta volta che vieni in Iraq, ma chi te lo fa fare?”. Inutile spiegargli che e’ il mio mestiere. Scoprimmo almeno di avere una cosa in comune, anzi due: la voglia di capire e i blog. Io cominciai a leggere il suo e scoprii che aveva grandi intuiti da cronista. Lui scopri’, leggendo il mio, che “anche i giornalisti hanno un’anima”. (...) Quando poi arrivammo tra cecchini e carri armati in quella stradina di Najaf , mentre faticavo a parlare al microfono per i botti che rimbombavano, Enzo mi scatto’ un sacco di foto e sorrise: “Ma lo sai che fai proprio un mestiere di merda?”. Era la consacrazione di un’amicizia. Del resto, so per esperienza che i rapporti fra noi “zingari” si saldano alla prima avventura in comune. Purtroppo e’ stata anche l’ultima.