Claudio Baglioni
Ivan Graziani
Quindici anni fa esatti, di questi tempi. Adesso che Ivan Graziani e' morto, quell'incontro e quell'intervista assumono il sapore di un testamento. Sembrano parole di oggi. Forse e' vero che gli artisti sono fuori del tempo e dello spazio. Come lo sono le idee. L'incontro, dunque, avvenne a Novafeltria, nella sua casa marchigiana a cui tanto teneva perche' era la terra dell'unica donna che ha amato, sua moglie Anna. "E poi le Marche le ho nel sangue - diceva spesso -. E gli anni trascorsi a Urbino, la laurea in grafica dove li metti?". Ivan Graziani non e' mai stato un tipo qualsiasi. Fin dall'inizio. Per esempio, nacque in mare. Non e' un modo di dire, nacque proprio in mare, sul traghetto Olbia-Civitavecchia che un po' riuniva le sue origini: padre abruzzese, madre sarda. Ha cominciato a suonare con Battisti, la PFM , Venditti. Di canzoni ne ha scritte tante ma e' sempre stato innamorato di "Signorina". Quando i critici anni fa lo misero al centro di una singolare polemica (Graziani rock o melodico?) lui fa un album con una facciata rock e e l'altra melodica. Ridendo come un un matto. Intervista? Guai a parlargli di intervista. Diciamo che a un certo punto cominciai con le domande. Naturalmente provocatorie, altrimenti con Ivan non aveva senso. Partiamo dalla tua voce. Quel falsetto. Vero o costruito? "Io credo di avere la voce di una bimba perversa. Ma soprattutto di usare la voce come uno strumento, spesso duello col pianoforte". - C'e' chi si diverte a fare la classifica dei chitarristi migliori. Ci sei anche te in Italia. "Le classifiche non esistono. Il piu' bravo e' sempre quello che guadagna di piu'". - Che pensi dell'ambiente musicale? "Una colonia. C'e' poca gente che impone i suoi gusti a tutti. E smorza tanti entusiasmi". - Che proponi per cambiare? "Decentrare i centri di potere della musica. E' in provincia che nascono le nuove idee". - Cosa c'e' della provincia nella tua musica? "Il sapore, gli umori, la vita". - Se un giorno non dovessi suonare piu'? "Mi metterei a incartare caramelle. Non e' una battuta. Sono uno specialista". - Ma tu smetterai? "Mai. Un vero chitarrista muore, deve morire sul palco". A Novafeltria, al funerale, c'era la musica dei Beatles ad accompagnare per l'ultima volta Ivan. La chitarra l'ha portata con se. Per sempre.
Ancora oggi mi meraviglio di aver dato quel passaggio. Forse e' stato l'unico autostoppista che ho preso in vita mia. Boh, deve significare qualcosa. Quell'incontro, casualissimo, con Claudio Baglioni al bivio per Portonovo resta nitido anche dopo piu' di trent'anni. Lo rivedo Claudio adesso: stessa faccia, ma i capelli bianchi. Come me. Lui piu' di me (eppure e' piu' giovane). Stavo a Baghdad quando mi e' arrivata una mail con l'articolo del "Corriere Adriatico". Anche lui ricorda bene Portonovo. Quell'amicizia spontanea, persa da tempo fisicamente perche' le nostre strade naturalmente sono diverse, ma certo viva nell'anima. Stavo in Iraq a testimoniare gli orrori di una guerra sbagliata (come se ci fossero guerre giuste) mentre lui dedicava la sua ultima canzone all'impegno contro tutte le guerre del mondo. Destini incrociati. Claudio ha detto che i suoi genitori hanno letto migliaia di volte il mio articolo su di lui, perche' era il primo. Io ho ancora conservata la lettera che mi mando' dalla Germania dopo uno dei primissimi successi. Mi sarebbe piaciuto stare ad Ancona per il debutto del suo nuovo tour. Non posso, ma spero di incontrarlo ancora. Magari riprenderemo a parlare del nostro quartiere popolare, a Roma, dove siamo nati a pochi palazzi di distanza, e riscopriremo quant'era bello allora: lui con la chitarra in spalla e io cronista pieno di speranze. Entrambi odiamo, ritengo, i bilanci, ma se pure ci venisse in mente di farlo, sarebbe un bilancio positivo. Perche' ci ritroviamo a fare le stesse battaglie.
"Era la mia prima trasmissione", ricorda Baglioni.  "Com'è come non è ad Ancona ci arrivo. E' il tragitto per Sirolo che mi preoccupa. Ma basta che alzo il pollicione che ecco un'auto si ferma. Alla guida c'era un giornalista che adesso lavora alla Rai di Roma...Scrisse un articolo bellissimo, i mei genitori ancora lo conservano. L'avranno letto e riletto un migliaio di volte. Il primo pezzo che parlava di me. E che - con acume - rivelava il fenomeno-Baglioni. In pratica un elogio di quel ragazzo timido e semplice che aveva fatto breccia più ditanti cantanti famosi che giravano con i macchinoni... Più o meno come sono diventato io adesso".
Lanciamo l'auto a... ragionevolmente folle velocità su' per i tornanti del Conero, perchè è tardi e l'happening di Sirolo sta per iniziare. Proprio davanti all'incrocio per Portonovo, vediamo un ragazzo che agita il pollice implorando l'autostop. Ha i capelli sulle spalle, un viso pulito, fresco, un sacco rigonfio, un calzone e una maglietta. In più una chitarra. Nella custodia. Ci fermiamo. Così, stranamente, perchè non siamo usi a concedere autostop.  Il ragazzo sale in macchina e ben presto scopriamo che siamo entrambi romani. «Bello il Conero», ci fa. Sei qui in vacanza? «Sì. Vengo da Roma in autostop. E tu?». Lavoro ad Ancona. Fumi? «No, grazie; non fumo». Dieci chilometri di strada ancora. Ci scambiamo ogni tanto qualche battuta. Poi, arriviamo. Lo lasciamo sulla piazzetta di Sirolo. Un quarto d'ora dopo, lo rivediamo con Guccini e Leo Ferrè. «Strano», pensiamo. Scendiamo giù, nel prato teatro dello spettacolo. Uno sguardo intorno e rivediamo quel ragazzo con una camicia hippy gialla e la chitarra (senza fodero ora) attaccata al collo. La segretaria di produzione arriva per mettere a posto tutte le cose e ci saluta. Ossia saluta sia il sottoscritto che... quel ragazzo.  Ci scambiamo un'occhiata. Porca miseria, è ora di svelare il mistero! Il ragazzo che è venuto in autostop da Roma è Claudio Baglioni.  Canta «Io, una ragazza e la gente» e i giovani di Sirolo lo ricoprono di applausi. Diventiamo amici, quasi d'incanto.  Così, scopriamo che Claudio è della RCA, che è un grosso cantautore (tre canzoni fra tante: «Suggestione» e «Se caso mai» di Rita Pavone e «Amore, amore un corno» di Mia Martini che abbiamo sentito di recente al Cantagiro. Scopriamo, pure che tra due giorni avrà gli esami. - Che esami? «Faccio architettura». Ecco, questo è Claudio Baglioni, un ragazzo che vale. Artisticamente, intendiamo. Ma anche un ragazzo «vero», che per andare a cantare fa trecento chilometri in autostop («mi piace») e che non è stato capace di dirci, che andava a Sirolo per essere ripreso dalla televisione ed essere applaudito. Vedete, a noi piacerebbe un mucchio presentare Claudio Baglioni a Modugno. Un tipo che non solo non ci va in autostop a cantare (ad una certa età, in fondo, non si può pretendere), ma che arriva, fa lo schizzinoso e poi sparisce. 
 1973
Fabrizio De Andrè
Durante i giorni del g8, quando a Genova c’era ancora pace ma ci si preparava alla guerra, sono stato in via del Campo e ho toccato (accarezzato) la chitarra di De Andre’. Mi sono emozionato, forse perche’ stavo proprio dentro i suoi vicoli, i “carrugi”, praticamente dentro la sua anima. E mi e’ tornato il rimpianto di non averlo conosciuto, per un soffio. Andai anni fa a cercarlo nelle campagne sarde dove aveva deciso di vivere. L'impegno era di aspettarmi. Ma quando arrivai al suo agriturismo era appena uscito. Oppure era scappato. Perche’ non voleva parlare forse dei sequestri, lui che ne era stato vittima. Un tipo fatto cosi’, che si e’ innamorato di un’isola dopo esserne stato violentato
Amarcord
Il terremoto
Ricordo benissimo che era notte. E che stavo a Perugina, dove seguivo l’inchiesta su Tangentopoli 2. Una botta, tremenda. Il letto dell’albergo che si sposta, un fracasso di vetri rotti. Il terremoto. Ci vuole poco a sapere che l’epicentro è a Cesi. L’allarme è immediato. Quando arrivo a Cesi c’è già un pullman della Rai per le dirette. Fa un freddo cane. Proprio quando prendo la linea c’è una nuova scossa, l’impressione è bruttissima, perché sento la terra tremare sotto i miei piedi. Mi sento assolutamente impotente, una briciola di fronte alla forza della natura. Vedo le case crollare davanti a me ed è una scena che porto ancora dentro.
Dopo quella notte ci sono state molte altre notti. Sei mesi. Interminabili, difficili, dolorosi. Ho cambiato spesso postazione, girovagando per borghi, inseguendo quel mostro di sisma. Ricordo tutto. Il freddo insopportabile, anche lì, di Colfiorito. Una scossa terrificante alle sei di pomeriggio, in mezzo alla neve, la gente che corre e scivola sul ghiaccio. E poi tutti quelli dentro i container, quelle che ho sempre chiamato le case di latta dove si muore comunque: o di freddo o di caldo. Ricordo anche una famiglia che oltre alla casa aveva perso anche il ristorante-albergo e che aveva ricostruito tutto dentro un container, l’unico approdo di salvezza per tutti noi. E quei sorrisi. La vecchia nonna che nonostante il terremoto faceva la sfoglia per tutti. “Cocchi, almeno mangiate” ci diceva con un sorriso che solo una donna di campagna può avere. E le mie lunghe dormite su una sedia dopo tante notti insonni.
Vado a memoria, seguendo il filo dei ricordi. Una mattina in un casolare abbandonato, la tenda fuori casa, abbandonati. E invece noi di aiutare loro, sono loro che ci rifocillano, dividendo  quello che c’è, quel poco che è rimasto. E poi tutti quei giorni a Nocera Umbra. Il campanile dietro le spalle che stava lì lì per crollare, lo guardavamo così tanto e così intensamente che riuscivamo ad intuirne le ferite. Le giornate al Com, in mezzo ai senzatetto. Quella ricognizione nel centro storico, letteralmente sventrato. Il pianto di una donna a Nocera stazione davanti alla sua casa a pezzi. Quanto ricordi.
Isola, poi. Una città di case di latta. Ma con i nomi delle vie, i negozi, tutto come se fosse normale, l’illusione della solita vita. Ricordo il titolo di un servizio a Tv7: l’isola che non c’è. Che gente stupenda, capace di far finta che non fosse successo niente, chiudendo gli occhi su quella montagna di macerie che era diventato il paese vero. Soprattutto evitando di pensare al futuro. Il futuro. Un giorno andai a trovare, dalle parti di Assisi credo, la gente che ancora abitava nei container ma non per questo terremoto, ma per quello di vent’anni prima. Ricordo un ragazzo di diciotto anni che nella sua vita non aveva mai vissuto in una casa vera, eppure era (sembrava) felice, perché forse non sapeva cosa significa non abitare dentro quelle scatole.
Povera Umbria, terra bellissima e fragilissima. Non fosse bastato un terremoto, c’è stato anche il secondo, quasi contemporaneo. Lo hanno spiegato gli esperti. Un’altra faglia, dunque tecnicamente un altro terremoto, ma così vicino al primo da sembrare tutt’uno. Mi ero preso una domenica di vacanza, dopo tanti mesi passati nei disagi. Mi ero spostato a Gualdo Tadino. Avevo amici nell’Ascoli. Quel giorno c’era la partita dell’Ascoli a Gualdo. Faccio all’operatore: andiamo allo stadio, ci rilassiamo. Anzi, facciamo vedere che la vita riprende. Lui piazza la telecamera in tribuna. Stavamo ancora nel primo tempo. All’improvviso una scossa, di quelle serie. La telecamera abbandona i calciatori e gira sulla tribuna dove la gente scappa. Il terremoto in diretta. Siamo disperati. Non è ancora finita. Anzi, ricominciamo da capo. Ripenso a quel ragazzo nato nella casa di latta e mi sento fortunato. Sto qui perché è il mio lavoro, ma lui sta lì perché è il suo destino.
Ha gia' conquistato gli argentini. Nessuno la chiama principessa ma semplicemente "segnora". Chi ha avvicinato ieri Lady D. parla di "calore umano straordinario". Poche parole, un ospedale dopo l'altro, sorrisi per tutti e carezze per i bambini, la sua visita di cortesia si sta trasformando in un trionfo, un po' quello che a Buckingham Palace temevano ma che, vista la situazione, sono costretti a subire. Passata la notte nella residenza dell'ambasciatore Peter Hall, dopo i quattro ospedali di ieri, stamattina (in Italia sara' pomeriggio) subito la visita a un altro nosocomio, l'oncologico Angel Roffo. All'ora di colazione, appuntamento con Carlos Menem. Non a Casa Rosada ma nella residenza privata del presidente proprio per non creare equivoci: la visita non e' ufficiale. Ma e' chiaro che soprattutto Menem cerchera' nell'occasione di stringere i rapporti con la Gran Bretagna, magari chiedendo all'ambasciatrice d'onore di farsi ricevere a Londra, il suo sogno dicono qui. La giornata odierna per Lady Diana e' densa d'impegni. Dopo l'incontro con il presidente, un giro sul Tren de la Costa, la visita ad un altro centro di recupero per disabili e soprattutto la cena di gala al Palazzo del Correo. C'erano tutti, come si diceva una volta. Il ministro dell'Interno Ditella, top model, divi televisivi, imprenditori e anche Melita, la donna piu' ricca d'Argentina, settore cemento. Certo per Buenos Aires la cena al Correo con Lady D. era un'occasione da non perdere. Quattrocento invitati a 250 pesos a testa. Un incasso, devoluto in beneficienza, di centomila dollari. Non male per la principessa del Galles che evidentemente come personaggio mondano ha molto credito anche qui. Lei e' arrivata con l'ormai rituale ritardo a bordo della solita Juagar bordo'. Obiettivi puntati per quella che e' ormai una consuetudine: l'uscita di Lady D. dall'auto. Ma la donna piu' fotografata del mondo ormai conosce i rischi e sta bene attenta ai movimenti. Eccola, splendente, tutta in rosso che si avvia al gran gala super-esclusivo, mentre regala sorrisi forse un po' tristi. Per lei, fatto storico, avevano addirittura issato la bandiera britannica. Prima della cena ieri Lady D. si era concessa l'unico momento turistico viaggiando sul Tren de la Cost. Oggi sta in Patagonia, a visitare le ultime colonie gallesi. Quattromila chilometri per onorare questo nuovo ruolo di ambasciatrice. Doveva prendere l'elicottero presidenziale ma in extremis ha cambiato programma per evitare polemiche. (Buenos Aires, 1995)
Lady Diana, quel sorriso a Buenos Aires