Morire per raccontare
C’è un muro trasparente ad Arlington, Virginia. Sta in cima a Freedom Park e domina Washington.E’ alto sette metri. E non finisce mai: ogni anno, ai primi di maggio, aggiungono un pezzo. Ogni pannello ha un nome, un luogo, una data. E’ nel giardino del Newseum, il museo della stampa. E’ il muro del Journalists Memorial, il monumento ai giornalisti caduti. Il primo della lista: James M. Lingan, 62 anni, americano, ucciso a Baltimora nel 1812. Lavorava al Federalist , dava fastidio ai politici. Non è una lista completa, quella di Arlington, ma è "democratica". Nel senso che ci sono nomi sconosciuti e storici come Robert Capa, 1954. Il fotoreporter forse più famoso del ’900, cinque guerre in 18 anni: sue le uniche, vere immagini dello sbarco in Normandia. A 41 anni andò in Giappone per una mostra, Life lo chiamò: "Già che ci sei, coprici il fronte in Indocina". Saltò su una mina vicino ad Hanoi. Giornalisti massacrati in guerra. Fatti sparire perché davano fastidio. Per l’associazione "Reporter senza frontiere", negli ultimi 15 anni ne sono stati uccisi quasi 1500. Il reportage di guerra nasce nel 1854, quando il “Times” invia un proprio corrispondente, l’irlandese William Russell, in Crimea.  Fino ad allora le notizie erano pervenute dal fronte solo grazie ai servizi di alcuni ufficiali incaricati dall’autorità militare. Resoconti pieni di retorica e di verità di comodo. Ma e’ il Vietnam lo spartiacque nella storia del giornalismo di guerra. Gli inviati raccontano al mondo la "sporca guerra" senza censure. Una guerra che finisce dalle trincee direttamente nelle case degli americani. Solo in Vietnam i morti fra i reporter sono stati 68. Una svolta ulteriore nel reportage di guerra, che ci porta alla realta’ di oggi, e’ avvenuta sicuramente durante la guerra del golfo numero uno. Per la prima volta la guerra in diretta televisiva, anche se sicuramente filtrata dal comando militare americano da una parte e condizionata dal regime di Saddam dall’altra. Lampi di guerra, solo lampi. La testimonianza e’ sempre piu’ complicata e sempre piu’ rischiosa. Soprattutto nei tanti conflitti cosiddetti invisibili. Dagli anni novanta ad oggi sono cinquecento i reporter uccisi durante l’esercizio della professione: giornalisti, operatori, fotografi. Di tutte le nazionalita’.  E in tutto il mondo.       Speciale 
Il filo dell'odio. Una guerra. Come si fa a spiegare una guerra? Soprattutto, come si fa a spiegare la paura. A raccontare il dolore. Anche in questo momento si combatte, da qualche parte del mondo. Non c'e' un momento, nella storia dell'umanita', senza almeno una battaglia. Ci si veste di divise diverse, magari dello stesso colore, e si decide di essere nemici. Della guerra ricordo silenzi e fragori, tumulti e singulti. Ricordo, ad esempio, un cielo d'amianto a Vukovar. E quel pianto. E' stato difficile capire da dove venisse. Quel pianto non era serbo o croato, era semplicemente di un bambino. Sei mesi di assedio, un cumulo di macerie, cataste di cadaveri. "E chi li ha contati?" ci disse uno che chiamavano Lucky forse perche' era uno dei pochi sopravvissuti, lui serbo, moglie croata, famiglia simbolo della guerra fratricida. "Le differenze fra noi? Ce le siamo inventate. Parliamo la stessa lingua e diciamo che sono due lingue diverse. Cosi' abbiamo l'alibi di non capirci". I bambini di Vukovar su quei mesi di sangue hanno scritto due libri. Uno i bambini croati, l'altro i bambini serbi. I libri sono identici, le stesse storie di lacrime. La Jugoslavia inventata da Tito.
E in Kuwait. I kuwaitiani vittime degli iracheni. I palestinesi vittime dei kuwaitiani. I curdi vittime sia dei kuwaitiani che degli iracheni, abbandonati a Safwan nella terra di nessuno, rifiutati da tutti. Il Kuwait inventato dagli americani.
E in Nagorno Karabach. Azeri e armeni a discutere su un piccolo enclave in cui abitavano tranquillamente insieme. Nati nella stessa casa all'improvviso hanno deciso che quella casa era soltanto di uno dei due. Come si fa a dividere una casa in due? Il Nagorno Karabach inventato da Stalin.
C'e' sempre qualcuno che inventa un confine. A Sarajevo ancor oggi non esiste un muro fisico: ma ce ne sono tre segnati nella testa della gente (e sono i piu' difficili da abbattere). Per non parlare dell'Africa. E dell'Albania, dove una questione squisitamente economica si e' trasformata quasi in una guerra santa. In nome della democrazia: quale? Un popolo guerriero che ha sempre preferito parlare con le armi.
Le sirene nella notte, il tiro dei cecchini, passeggiare sulle mine, le armi chimiche. Tutti spettri infidi, invisibili.
La paura della guerra. Non sapere chi e' il nemico, dove sta, che divisa veste. Mille fronti, tutti contro tutti. E dove fare il cronista e' sempre piu' difficile perche' nel villaggio globale e' diventato protagonista. In tutti i fronti ho sentito dire che l'occhio di una telecamera vale almeno mille "stinger". Con quello puoi buttare giu' un aereo o far saltare un carro armato, con la televisione puoi vincere la guerra. E allora ti sparano addosso perche' fa "politica". In un solo anno, pensate, ci sono stati quarantatre' giornalisti uccisi o feriti in guerra in quattordici Paesi del mondo. Pensate a quante vittime ma pensate soprattutto a quanti Paesi senza pace.
Guerre sporche. Non ce n'e' una che non si leghi all'altra. Violenza che porta violenza. Un filo invisibile che lega crociati ad aviatori. Il filo dell'odio.
Professione reporter

Quando suona la campana. Adesso sto in crisi perche’ non mi ricordo il nome. E’ stato il primo a salutarmi a Trinko Malee appena sceso dal Canadair. Ci siamo abbracciati. E poi mi ha portato, insieme agli altri, sull’isola di Kejnia, profondo nord dello Sri Lanka, a ridosso dei tamil e della guerra infinita, come se non bastasse la devastazione dello tsunami. Ricordo solo che e’ di Siena, perche’ ne abbiamo parlato tante volte. Lui e’ un vigile del fuoco. L’ho incontrato di nuovo in una zona lontanissima da casa che aveva bisogno di aiuto. L’ho visto montar su le tende e accarezzare i bambini. Come sempre. Come l’anno prima, sempre lui, a Bam, in Iran. Due Capodanni di seguito passati insieme. A Kejnia e’ stato un incontro breve, colpa mia mica sua perche’ sono tornato a Colombo, a Bam invece abbiamo passato insieme molti giorni condividendo dolore e fatica. Dei vigili del fuoco mi ha sempre impressionato la grande capacita’ di faticare, in silenzio. Faccio il cronista da troppi anni per ricordarle tutte. Ma ricordo bene che ho cominciato a chiamare “angeli” i vigili del fuoco a Firenze dopo la bomba a via dei Georgofili. Trasmettevo in diretta da li’ davanti e mi era venuto spontaneo definire “gli angeli della polvere” quei pompieri che neppure si davano il cambio. E poi a Foggia, davanti al cratere del palazzo crollato. E in quello crollato a Roma in cui oltre alla fatica c’e’ stato il grande dolore di perdere un compagno. Poi a Quindici: gli angeli del fango. Nei sei mesi del terremoto umrbo-marchigiano. Sempre i primi ma sempre in disparte, a sfuggire i riflettori. Ho tanti amici tra i vigili del fuoco. Non ricordo i nomi, lo ammetto, ma ricordo bene le facce e i sorrisi, nonostante tutto, e gli insegnamenti. Ne ho in mente soprattutto uno, un consiglio che seguo anche durante le esperienze di guerra: “individua sempre la via di fuga”. La via di fuga. Mi e’ servito in Afghanistan, mi continua a servire in Iraq e mi e’ servito addirittura a Genova, durante il g8, quando mi sono sentito intrappolato dentro quel vicolo della Diaz. La via di fuga. Da quando quel pompiere me lo disse, mi guardo sempre intorno e forse quel consiglio mi ha salvato la vita. In qualche maniera mi sento, oltre che vicino, anche simile a loro. Di sicuro abbiamo lo stesso destino. C’e’ un mio amico carissimo, che una volta era pompiere e adesso ha un incarico importante, che una volta mi disse. “Sai che ho chiesto a mia moglie? Che quando suona la campana, non mi deve fermare”. A noi inviati di frontiera non suona, tecnicamente, una campana ma il principio e’ lo stesso: quando ci chiamano, quando e’ successo qualcosa , non ci puo’ fermare nessuno. Quelli come me vanno semplicemente a raccontare, loro fanno molto di piu’: vanno ad aiutare. Ma la cosa bella e’ che ci ritroviamo insieme.
Quando muore uno di noi. Non importa la nazionalita’ e neppure il ruolo: puo’ essere un fotografo o un fonico, un operatore: uno di noi. E allora ti accorgi che stai in mezzo a una guerra vera, dove sparano sul serio e se non capita a te ma a qualcun altro e’ solo casualita’, destino. Inutili i giubbotti antiproiettile, le scorte, la prudenza, tutto il resto. Se ti arrivano granate o colpi di cannone o killer assetati di vendetta o guerrieri disperati e impauriti c’e’ poco da difendersi. Neppure il buonsenso basta perche’ la storia e’ piena di passi molto riflessivi e poi l’incursione improvvisa, l’attacco a sorpresa e tu ti ritrovi li’, a un passo dalla fine. Chiunque di noi si e’ trovato spesso in difficolta’. Ma  nessuno di noi e’ un eroe ne’ ha la vocazione di diventarlo. Si va in guerra, sembra banale, come si va in qualsiasi altra parte del mondo a “raccontare”: puo’ essere una festa e puo’ essere l’inferno. La cosa strana e’ che continuiamo a sentirci dei privilegiati, solo per il fatto di stare in mezzo all’evento, occhi e anima di tutti gli altri. Molti purtroppo pagano la grande curiosita’, questa voglia di capire.