Chernobyl: viaggio nell'apocalisse
Chernobyl in russo significa "le piante che crescono nella palude". Una volta la zona serviva per nascondersi da mongoli e tartari. Adesso il nemico e' piu' infido perche' invisibile. Il territorio e' stato diviso in quattro zone che corrispondono ai vari livelli di contaminazione. Un visitatore normale, superando molti controlli, puo' arrivare al massimo fino al fiume Zdvizh, cioe' al livello numero due. Al di la', dove il tasso di radiazione e' superiore di cinquanta volte a quello normale, e' assolutamente proibito entrare. Riusciamo a passare. Ma bisogna lasciare l'auto e salire su un pullmino della stazione. E rispettare certe regole. Soprattutto non superare le cinque ore di permamenza. "Sarebbe molto pericoloso" ci dicono "perche' la polvere radioattiva avrebbe il tempo di fermarsi". Il viaggio nell'apocalisse comincia da Kupovatoe, un villaggio dove alcuni vecchi contadini hanno deciso di tornare, sfidando la morte. segue
La nuova Russia
A due passi dal Cremlino, nel sottopassaggio della metropolitana, c'e' la Mosca della crisi, quella che non sa come sbarcare il lunario, che ancora non ha capito che il rublo e' una finzione, non serve piu', ormai, neppure per sopravvivere. Sopra questo mondo che quasi vive di nascosto, per la vergogna, ci sono invece gli altri russi, i giovani, quelli che ti chiedono dollari per colbacchi veri, icone fasulle e soprattutto orologi. Quaranta dollari per un Polyot e' praticamente una rapina: equivale a due mesi di stipendio da queste parti, ma sanno che per gli occidentali sono una sciocchezza e ne approfittano. Questi giovani fanno parte della Russia che cambia. Quella che ha capito che non e' piu' tempo di utopie. All'interno di queste "due Russie", quella della valuta e quella dell'illusione infinita, c'e' uno spettro che chiamano "mafia". Meglio: "mafi". Una mafia forse diversa dalla nostra, ma c'e' chi dice gia' piu' forte, sicuramente piu' spietata. Ma soprattutto una mafia che ha molta fretta di imparare. In realta' i russi chiamano generalmente "mafia" la malavita e tutta quella rete capillare di piccole connivenze, clientelismi, bustarelle e protezionismi che regolano ogni settore della vita quotidiana e dell'economia della Russia. In un certo senso, hanno ragione. Perche' senza "agganci", soldi o conoscenze, in Russia e' quasi impossibile procurarsi qualsiasi cosa, dalla dentiera alla casa fino all'iscrizione all'Universita'.  La mafia sta dappertutto dove ci sono i soldi.   
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L'agonia dell'Africa.
Questo e’ territorio dei Turkana, una tribu’ che per sete, e per fame, sta scomparendo. Il segno dell’agonia e’ in questo villaggio, Lorus, abbandonato in fretta. Sono scappati anche perche’ non ci sono grandi speranze neppure per novembre, la stagione delle piogge. Attraversiamo questo mare di sabbia gialla e asciutta e una terra cosi’ secca da spaccarsi. Pensare che quando pioveva in questa piana, Lottikipi, l’erba era cosi’ alta che non si vedeva l’orizzonte. Adesso quelli che erano fiumi sono sentieri bruciati dal sole. Seguiamo le tracce della grande fuga dei Turkana attraverso le carcasse degli animali. Ritroviamo quel che resta della tribu’ vicino agli ultimi pascoli. Prima si spaventano. Molti di loro non hanno mai visto un "muzungu", un bianco. Le donne si nascondono, con i bambini. Poi si riunisce il consiglio dei vecchi. Decidono che possiamo essere utili. Il capo villaggio si chiama Keyonga.Loowa. Non sa cos’e’ un microfono ma capisce che e’ li’ dentro che deve urlare il suo grido di dolore e il suo appello disperato. "Mungu, Dio, ha buttato le chiavi dell’acqua. Stiamo morendo tutti. Non importa per noi che siamo vecchi. Ma muiono anche i bambini. E non e’ giusto".                   segue
L’esercito Usa soltanto di recente ha ammesso l’esistenza della base di Groom Dry Lake, più comunemente conosciuta come Area 51. La base è da anni al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica perché ritenuta implicata in numerosi episodi legati agli extraterrestri. Un satellite l'ha fotografata e le immagini circolano su internet. La zona militare situata nel deserto del Nevada, dove vengono sviluppati i cosiddetti "black projects" del Pentagono, non compare in nessuna mappa, dunque esiste. Quell’area l’ho visitata molti anni fa (il 4 ottobre del 1995) anticipando di molto, al Tg1, le immagini di una zona solo virtualmente segreta.           Il testo.
Bolivia: sulle tracce del "Che"
Per arrivare a Vallegrande bisogna attraversare la Sierra boliviana. Inestricabile, proprio terra di guerriglia. Le strade sono impossibili. Da Santa Cruz ci vogliono sette ore in auto per arrampicarsi fino a duemila metri. Vallegrande ha seimila abitanti ma sembra poco piu' di un villaggio. Case basse, a un piano, abitate da indios duri, tenaci. Giriamo per i vicoli polverosi invasi dalle bancarelle e chiediamo del "Che". Da queste parti non hanno dubbi: il "Che" e' sepolto qui, ai lati dell'aeroporto.
Quando arriviamo scopriamo che si tratta solo di una pista. Cioe' di un campo incolto che era usato come pista militare. Non solo: era anche il quartier generale dell'esercito. Ai quei tempi c'erano centinaia di buche: ci sono anche adesso. Ci accompagna il comandante della polizia di Vallegrande, un tipo che subito si lamenta: "Sa quanti siamo? Cinque poliziotti in tutto, io e altri quattro. Come possiamo controllare un territorio cosi' vasto?" All'improvviso urla: "Hanno rubato il Che!". Esagera, naturalmente, ma in effetti ci sono segni di scavi recenti. Qualcuno di notte ha tentato una ricerca. Il tenente Rodimiro Guzman se la prende con due dell'esercito venuti dalla Capitale. Fa i nomi ma mi prega di non metterlo nei guai. Qualche giorno dopo la missione diventa ufficiale: il presidente De Lozada da La Paz manda ventotto soldati a scavare in mezzo agli alberelli di mimose. Scavano da giorni. segue
Nevada. dentro l'Area 51
L'inferno di Auschitz
Tutto e' come allora, cinquant'anni fa. All'ingresso di quello che e' stato definito il monumento alla follia, c'e' ancora la scritta "Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi, l'ultima illusione degli ebrei che venivano qui convinti di lavorare, non di morire, spesso subito: senza neppure il tempo di fare il giro del campo, soprattutto di capire. Ci sono ancora quei corridoi infiniti, allucinanti dove vecchi, donne e bambini erano spinti letteralmente nell'estremo viaggio: sono intatti, stretti dal filo spinato. C'e' ancora addirittura il cartello dell'alta tensione. Come ci sono ancora le baracche dove vivevano come bestie quelli che non avevano la fortuna di morire subito. Soltanto qui, tra Auschiwtz e Birkenau, furono uccise, in maniera sistematica, un milione e mezzo di persone. Questo non e' soltanto luogo di genocidio ma anche il piu' grande cimitero di popoli del mondo. Per gli ebrei e' il simbolo dell'olocausto ma rappresenta l'evento piu' tragico della storia anche per zingari e polacchi."Un luogo - come disse Giovanni Paolo II - costruito a negazione della fede e basato sul piu' profondo spregio di tutti i valori umani".A Birkenau ci sono ancora le rotaie dove da ogni parte d'Europa arrivavano i treni merci con i deportati. E le camere a gas dove finivano anche in duemila alla volta. Una strage costruita a tavolino. Il cianuro agiva in fretta e i resti di quei disgraziati, massa inerte, aggrovigliata nello spasimo di un disperato tentativo di salvezza, finivano nei forni crematori, accesi un'ora prima, al sibilo del treno. Come ultimo segno dell'odio, ai limiti del campo, c'e' la forca a cui fu impiccato, nel '47, Franz Hess, fondatore e comandante di Auschiwtz.
Somalia, la guerra infinita
Un corteo di quattro auto, due fuoristrada al centro, un pick-up dietro e uno davanti il convoglio con i miliziani. Complessivamente ventidue uomini armati, anche di cannoncini. In Somalia questa e’ l’unica condizione per sopravvivere. Muhammud, il capo della scorta, mi sussurra: “Forse sono pochi. Domani rinforziamo la scorta. Dobbiamo metterci al sicuro”. Il problema e’ che qui posti sicuri non ce ne sono perche’ chiunque puo’ venderti, rapirti, ucciderti per far soldi o per umiliare la tribu’ che ti protegge.I cinquanta chilometri dall’aeroporto in citta’ sono pieni di paura. Questo e’ un Paese in guerra, una guerra civile lunga tredici anni, rabbiosa, senza sbocchi. Penso a Palmisano, a Ilaria Alpi (mi dicono di non chiedere: “e’ una storia brutta solo a parlarne” mi spiegano), da allora nessuna troupe e’ piu’ venuta qui. L’unica legge si chiama proprio “legge” che in somalo significa pedaggio. Fanno check-point improvvisi e chiedono soldi per passare in quello che ritengono il loro territorio.Non c’e’ un governo e neppure una semplice amministrazione. Cinque uomini si autoproclamano presidenti, ma sono almeno dieci quelli che comandano. Senza contare i signori della guerra, che non sono politici ma imprenditori, che certo non vogliono la pace. Fanno troppi soldi con i morti. Per non dire di quelli che li fanno con la disperazione. Una terra con mille problemi: sono rimasti ormai solo odio e rovine. La mia Somalia
A New Orleans per Ylenia
Entriamo nella stanza di Ylenia. E' la "B one", al primo piano. Due letti, uno specchio, poche cose. Qui ha dormito, in compagnia di Alexander Masakela, sicuramente sette notti: dal 30 dicembre al 6 gennaio.
Leonard Dale, il vecchio proprietario dell'albergo, ricorda il Capodanno. "Ho mandato su due birre per festeggiare, poi Ylenia mi ha chiesto di abbassare la musica, aveva sonno". Cinque giorni dopo, e' uscita da sola ed e' sparita. Il vecchio guardiano dell'acquario, quella stessa sera ha visto una ragazza bella, bionda e triste buttarsi nel Mississipi. Ora Albert Cordova  e' in pensione ma la sua testimonianza e' considerata la piu' attendibile. Ma molte testimonianze cozzano con quella di Cordova. Un pescatore di origini croate, un imprenditore toscano, unbarista e soprattutto quella di due fratelli siciliani, Calogero e Biagio Todaro, proprietari di un'enoteca in Charles street. Tutti sono convinti di aver visto Ylenia una settimana dopo il 6 gennaio e dunque non sarebbe lei la ragazza finita nel grande fiume. La musica jazz e’ struggente. C'infiliamo nel quartiere francese, in Bourbon street. Cerchiamo Masakela. Ma  dove si piazzava con il suo sassofono adesso non c'e'. Strano posto, New Orleans. Facciata da grande festa e anima venduta al diavolo. La chiamano la citta' del "big easy", un po' come dire che qui tutto si puo' fare. In Louisiana oggi non si festeggia l'epifania e quel giorno, un anno fa esatto, qui era una giornata terribile, dedicata ai riti woodoo. Maledetto giorno per sparire.  Dossier Ylenia
 
Le facce della Colombia
Non è facile entrare al Cartucho. Molto più difficile uscirne. Siamo nel quartiere più duro di Bogotà in quello che alla polizia colombiana chiamano il giorno della grande illusione. "El Cartucho" è solo una faccia della Colombia. La faccia della guerra: antica, dolorosa, infinita . Per capire se e quando la guerra finirà, ecco la storia di un viaggio all'interno del pianeta Colombia, un Paese di clamorose contraddizioni. Felice e insaguinato, ricchissimo e poverissimo, con gente molto civile e criminali spietati. Un Paese che è il crocevia e insieme il simbolo mondiale della droga, ma dove nessuno si droga.  Reportage
Rapporto da Miami, crocevia mondiale della droga
La chiamano "big mango" per la sua ansia di mettersi a confronto come capitale del sud con the Big Apple, la grande mela, cioe' New York. E' certamente uno dei luoghi del desiderio, una citta' magica, ruggente, frizzante, trasgressiva, paradiso tropicale multietnico, dove hanno preso casa Stallone, Madonna e Schwarzenneger e dove puoi incontrare le piu' belle top-model del mondo, magari negli stessi bar dell'Ocean drive dove -dicono- sono stati segnati molti destini del pianeta, un po' una nuova Casablanca: dal delitto Kennedy al Watergate. La fiesta qui non finisce mai. E anzi sembra cominciare di sera nei mille locali, molti italiani, che hanno stregato i turisti di tutto il mondo. La festa e' finita tre anni fa quando sono cominciati a morire i primi turisti, uccisi dalle bande di ispanici che comandano l'altra citta', quella disperata e che prende ordini dai grandi signori della droga. Sono soprattutto due le zone a rischio che attraversiamo insieme con la polizia di Miami: Little Habana e Little Haiti. Ad ogni angolo di strada si vende droga. Il mercato e' in mano ai "marielitos", ex galeotti liberati dal regime cubano, perfido regalo,dicono,di Fidel Castro all'America. I "marielitos" sono quasi tutti neri e quasi tutti criminali.  Reportage
Alla fiera dell'est
Il viaggio nella disperazione comincia da Chisinau, capitale di una Moldavia bella e contraddittoria, divisa tra una realta’ sociale pesante e una facciata brillante destinata solo ai turisti. Dicono che sia la capitale europea del turismo sessuale come lo sono Cuba per le Americhe e  Bangkok per l’Asia. Forse e’ una fama ingiusta, la Moldavia  e’ migliore di quello che le cronache la fanno apparire. Certamente il fenomeno prostituzione esiste, come esiste in tutte le capitali del mondo, ma il problema non e’ tanto legato a chi resta quanto a chi parte. Senza dubbio c’e’ un flusso migratorio, volontario o coatto, molto pesante.  Qui restano le prostitute piu’ giovani in attesa di essere catturate dai trafficanti. Le puoi trovare dappertutto meno che per strada. Le trovi nei centri commerciali e naturalmente nei locali, specchietti di una vita notturna puntata sul mercato del sesso. Certamente  da qui parte quella che chiamano “la tratta degli esseri umani”: donne e bambini, fatti espatriare per le stesse vie. 
In meno di un’ora (c’e’ un volo al giorno, la mattina presto) da Chisinau si arriva a Timisoara, in Romania. Dicono che questo sia il reale crocevia della tratta, il centro del traffico di esseri umani. Citta’ della rivolta, a Timisoara c’e’ l’orgoglio della memoria, i primi moti davanti al teatro dell’opera contro il regime di Ceausescu sedici anni fa ma anche il desiderio di entrare presto in Europa e voltare definitivamente pagina.  Fra passato e futuro c’e’ la piaga della tratta, gestita completamente dagli zingari che qui hanno costruito un impero grazie agli enormi capitali e alla corruzione. Un potere criminale non nascosto, addirittura vantato e tanto che vecchie zingare gestiscono direttamente la prostituzione per strada. Avram Imbrodane e’ una via lunghissima dove gli zingari hanno costruito, e continuano a costruire ville faraoniche dove neppure abitano, ma solo per dimostrare che qui comandano loro. Comprano tutto, e tutti. Moldova & Romania
Malta, l'approdo
Malta e’ l'unico filtro prima dell'Italia. Dalle sue acque passano le rotte dei clandestini che arrivano dal Nord Africa, dal Mediterraneo orientale, e negli ultimi tempi, risalendo dallo stretto di Gibilterra, perfino dall'oceano Atlantico.  Malta, da sempre il luogo strategico per eccellenza, oggi lo è diventato più che mai nella lotta al traffico di immigrati. Se la sua piccola flotta riesce a contrastare i mercanti di uomini, l'Italia e l'Europa possono trarne sollievo. Altrimenti la situazione a Lampedusa, nelle coste siciliane e calabresi non può che peggiorare. L’ultimo fenomeno di massa riguarda i cinesi. Sono almeno duemila quelli ospitati attualmente sull’isola, arrivati quasi tutti nell’ultimo anno. Un numero considerevole in rapporto a una popolazione di appena 400 mila abitanti. Troppi. C’e’ un’inchiesta in corso all’ambasciata maltese a Pechino: pare che i visti siano rilasciati con troppa facilita’. Sono tutti studenti ma il vero scopo del viaggio e’ poi d’infilarsi in Europa. I cinesi continuano ad arrivare. E a partire. Il capo della polizia John Rizzo e’ intenzionato a stroncare il traffico, chiede leggi piu’ severe, intanto sequestra una decina di scafi sospetti. L’offensiva (dice) e’ appena partita. A Malta non vogliono altre tragedie.  Inchiesta
I viaggi